Il punto

L'unione fa la forza

del Prof. Umberto Filotto

L'educazione finanziaria è bella, l'educazione finanziaria è buona, l'educazione finanziaria fa bene: facciamo educazione finanziaria.

Tante banche, operatori finanziari, associazioni, amministrazioni locali hanno pensato così e per questo hanno lanciato iniziative finalizzate a migliorare il livello di conoscenze degli Italiani, grandi o in età scolare. Bene, si direbbe, tante più cose si fanno, tanto meglio sarà.

Purtroppo non è proprio così: spesso le diverse iniziative finiscono per sovrapporsi, sono scoordinate se non addirittura in contrasto le une con le altre. E' uno spreco delle, scarse, risorse che sono disponibili per elevare il livello di conoscenze finanziarie.

Non ha senso indirizzare ai medesimi destinatari interventi che finiscono per essere ripetitivi; allo stesso modo produrre ex novo materiali che altri hanno già sviluppato porta solo alla moltiplicazione dei costi. Per questo è necessario disegnare una mappa complessiva degli interventi di educazione finanziaria che permetta di identificare le aree già coperte e quelle che presentano ancora fabbisogni; analogamente occorre costruire una library che contenga materiali consolidati, appropriati dal punto di vista dei contenuti e dell'approccio pedagogico e di cui sia misurata l'efficacia a cui si possa attingere per la realizzazione delle diverse iniziative. Superando ogni protagonismo è sempre più importante impegnarsi a fare sistema e, rispetto al passato vi è oggi il vantaggio di poter contare su poli di aggregazione e coordinamento: lo sono, sul piano istituzionale, il Comitato Nazionale per l'Educazione Finanziaria e, su quello più professionale, la Feduf.

Andare in ordine sparso è uno spreco, lavorare insieme conviene.

ed inoltre...

La consapevolezza economica

La Professoressa Marchetti, Ordinaria di Psicologia dello Sviluppo e Psicologia dell'Educazione presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Direttrice dell'Unità di Ricerca sulla Teoria della Mente, Coordinatrice del Dottorato di Ricerca in Scienze della Persona e della Formazione, Vice-Presidente AIP, Regional Coordinator di ISSBD per l'Italia

1. A quale età, se ce n'è una, si acquisisce la consapevolezza dell’uso responsabile del denaro?

L’acquisizione della consapevolezza di uso responsabile del denaro è un processo continuo, senza soluzione di continuità, che la letteratura non cristallizza in tappe. Vi sono adulti privi di tale consapevolezza (si pensi ai giocatori d’azzardo, vittime di una vera e propria dipendenza). Il concetto di responsabilità in generale, invece, è soggetto a sviluppo: da una idea oggettiva di responsabilità (basata sulla quantità del bene) si passa, in età di scuola elementare, a un concetto soggettivo di responsabilità (basato sulle intenzioni). Applicando ciò al denaro, è probabile pertanto che i bambini più piccoli pensino che è peggio perdere per caso 10 euro che buttarne intenzionalmente 5; e che i bambini più grandi pensino il contrario. A ciò si aggiunge il ruolo delle emozioni morali: la comprensione di colpa e vergogna a partire dalla scuola primaria può supportate questo genere di consapevolezza. Inoltre sempre a questa età il ruolo della emozione decisionale del “regret” (rammarico) esperito in conseguenza di o addirittura prefigurando scelte sbagliate può venire in ausilio di tale processo di responsabilizzazione.

2. Quanto conta, in questa direzione, l’influenza dei genitori sui figli?

L’influenza dei genitori nei confronti di una consapevolezza dell’uso responsabile del denaro risulta estremamente importante. Interessante è un lavoro di Adrian Furhnam che nel 2001, facendo compilare a circa 3000 genitori un questionario per indagare le loro attitudini nei confronti del tema della paghetta, ha individuato due prevalenti modalità genitoriali di educare al denaro: “regolatori” ed “educatori” . La prima categoria descrive i genitori come in grado di favorire il rispetto delle regole e delle leggi, ma non altrettanto capaci di considerare i figli come abili nel comprenderle, rischiando di sottovalutare le reali capacità del bambino. Tale tipologia di genitori è inoltre contraria alla pubblicità e all’esporre i figli alle nuove esperienze di scoperta e conoscenza del mondo economico, tratto che contraddistingue invece la categoria degli educatori, in grado di accompagnare i figli alla scoperta del mondo economico, lasciando loro la libertà di sperimentare e di sperimentarsi.
In un’altra ricerca del 2004 condotta da Elisabetta Ruspini (Università Bicocca) emergono differenze di genere rispetto al tema dell’educazione finanziaria nelle famiglie: le madri sembrano essere relegate al ruolo di amministratrici quotidiane delle risorse, mentre le figure maschili quali padri o nonni fungono da veicoli per la comprensione del mondo economico. Emerge tuttavia una diffusa tendenza all’esclusione effettiva di ragazzi e adolescenti nelle scelte quotidiane familiari che investono la sfera economica. Benché si cerchi di provvedere a un’educazione si tende a osservare una sorta di “indottrinamento passivo” che non vede il coinvolgimento diretto e concreto dei ragazzi nelle scelte quotidiane della famiglia.
Nel volume "Un decalogo per i genitori italiani" di Rosina, Ruspini, V&P, 2009 si pone l’accento sull’educazione alle differenti forme che il denaro può assumere, intendendo con educazione l’orientamento al risparmio e al consumo responsabile che può contribuire al processo di entrata nell'età adulta. Tale orientamento gioca un ruolo chiave nelle fasi di crescita, formazione dell’identità e accesso ai ruoli adulti, come strumento che consente la negoziazione dell'autonomia gestionale e dell'indipendenza rispetto alla famiglia di origine. Una maggiore o minore disponibilità di denaro e il rapporto con esso possono differenziare i percorsi di transizione verso l'età adulta. La propensione delle famiglie a coinvolgere i figli nelle decisioni economiche aumenta al crescere del titolo di studio dei genitori e delle loro capacità finanziarie. Maggiore è l'età dei figli, maggiore risulta, come prevedibile, la fiducia da parte dei genitori nei loro confronti, come maggiore è l’importo della paghetta e il coinvolgimento dei figli nella gestione del bilancio familiare.

3. In quale momento della crescita i bambini realizzano che il denaro, se ben gestito, è fonte di benessere?

Come nel caso della prima domanda (nesso tra denaro e responsabilità), la risposta va contestualizzata al concetto di benessere e all’educazione. Va cioè compreso quale idea di benessere la famiglia trasmette ai figli (fisico, puramente materiale, psicologico, relazionale..) e quali siano le rappresentazioni familiari circa il ruolo del denaro nel conseguire ciascuna delle citate forme di benessere. Per es., studiare contribuisce al benessere psico-sociale promuovendo al contempo cultura e reddito, almeno potenzialmente. L’esempio e le spiegazioni dei genitori possono, se opportunamente tarate sull’età dei figli, contribuire per tutto il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza a questo tipo di comprensione.

4. Paghetta. Ci sono differenze significative tra i bambini e adolescenti italiani e i loro pari europei?

A partire dal lavoro di Furnahm citato in precedenza e relativo ai giovani inglesi, dalle interviste dei genitori emerge che l’introduzione della paghetta avviene intorno ai 5-6 anni con un valore medio che aumenta con l’età dei ragazzi fino all’adolescenza, ma mantiene una disparità di genere a favore dei maschi durante l’adolescenza e fino all’ingresso nell’età adulta. Studi più recenti come PISA 2012 si sono concentrati sulle modalità con le quali i giovani e gli adolescenti riescono a ottenere il denaro. Dalla ricerca è emerso che circa il 65 % dei giovani maschi e il 63% delle femmine italiani lo ottengono tramite la pratica della paghetta, contro una percentuale europea non sostanzialmente differente, ma lievemente a vantaggio delle femmine.
Dallo studio PISA 2015 emerge invece come la percentuale dei giovani italiani che ottengono soldi tramite la paghetta è nettamente inferiore a paesi come l’Olanda o la Lituania. Lo studio che risponde in maniera più completa alla questione posta è quello condotto dall’ING International Survey nel 2014 che si è interrogata su una possibile correlazione tra la paghetta come opportunità di insegnamento di atteggiamenti di risparmio nel futuro nei giovani europei. Mediamente in Europa la paghetta si introduce al di sotto dei 5 anni con un valore pari a 2 euro, cresce attorno ai 4,75 euro nella fascia compresa tra i 5 e i 10 anni, arriva intorno ai 10 euro tra i 10 e i 15 anni per arrivare fino a 20 una volta superati i 15 anni. I genitori italiani sembrano essere i più generosi rispetto alle famiglie europee: al di sotto dei 5 anni iniziano già a donare intorno ai 5 euro per arrivare, superati i 15 anni, fino a 30 euro di paghetta. Al contrario i meno generosi risultano essere Romania e Olanda e Repubblica Ceca. Alcune specificità sono state riscontrate in paesi come l’Austria che superati i 15 anni , dà come paghetta circa a 35,25 euro.

5. Quale contributo possono dare gli insegnanti nel processo di crescita dei ragazzi rispetto al tema ‘denaro’?

Gli insegnanti possono proficuamente partire dalle nozioni che gli allievi possiedono circa il denaro e integrarle agganciandole alle varie discipline anziché considerarle come sé stanti. Nozioni aritmetiche, storiche, geografiche possono utilmente integrarsi per connettere il denaro alla più ampia cornice della educazione alla cittadinanza e alla legalità. Inoltre, riferendosi alle linee guida delle indicazioni nazionali per il curricolo della scuola primaria, si potrebbe valorizzare la tendenza crescente da parte delle dirigenze e degli insegnanti a promuovere costanti aggiornamenti e approfondimenti di quelli che in letteratura vengono definiti “compiti di realtà”, con la costituzione di situazioni-problema che a partire dalla quotidianità indirizzino gli studenti a un apprendimento effettivo e più concreto relativamente al mondo che li circonda. Poiché le situazioni – problema offrono agli studenti l’opportunità di riorganizzare i propri saperi, auto-attivandosi per reperire strategie nuove, sopperire alle mancanze e individuare strade differenti per arrivare alla risoluzione di una situazione problematica, il lavoro dell’insegnante potrebbe essere quello di veicolare una progressiva scoperta del mondo economico, accompagnando l’apprendimento dello studente attraverso la sua crescita e sopperendo anche alle eventuali criticità emergenti nel lavoro educativo all’interno della famiglia.

Saper “scegliere” in un mondo che cambia

di Paolo G. Grignaschi

Secondo gli esperti sono migliaia le decisioni che ogni giorno prendiamo. Quasi in ogni istante decidiamo dove rivolgere la nostra attenzione. Alcune decisioni son banali e vengono prese in assenza di consapevolezza. Altre, anche se affrontate con quasi la stessa disinvoltura, sono molto complesse e implicano valutazioni di lungo termine. Parte di queste scelte riguardano la nostra economia quotidiana e le finanze nostre e della nostra famiglia. Oggi, con una marcata differenza rispetto al periodo delle generazioni che ci hanno preceduto, la responsabilità di gran parte delle decisioni economiche e finanziarie ricade sul singolo individuo. Affrontare una complessività crescente con decisioni che avranno effetti rilevanti sul nostro futuro, significa “scegliere” in un mondo che cambia.

Decidere se mangiare in casa o andare al ristorante. Se comprare un vestito nuovo o soprassedere. Se fare un bonifico al nostro conto di deposito o rimanere totalmente liquidi. Se aprire un fondo pensione o meno. Sono decisioni che nel continuo prendiamo divenendo inconsapevolmente ingranaggi di un complesso sistema economico. La financial literacy – intesa come skill e non come mera conoscenza di concetti – rappresenta la capacità di districarsi in questo mare di scelte in modo da garantire un livello sufficiente di benessere finanziario per noi e indirettamente per la società in cui viviamo.

Sostenere la financial literacy significa anche fare rete sostenendo le attività della Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio come “casa comune” dell’impegno dei privati in Italia sul tema generale dell’educazione finanziaria.

Lo stesso impegno che come Orizzonti.tv – la prima web tv italiana dedicata all’educazione finanziaria – ci poniamo nello sviluppo delle sue attività, con una forte attenzione alla socialità e alla solidarietà, concetti propri della mission della Cooperazione, da cui quest’iniziativa è promossa e sostenuta.

Questo impegno riceve oggi grande impulso dal neo costituito “Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria”, il quale crea per la prima volta un canovaccio comune all’interno del quale inserire il contributo di tutti a beneficio di tutti. Per mettere veramente tutti in condizione di saper “scegliere” in un mondo che cambia.

Come cambia il mondo

di Giuseppe Ghisolfi

Vent'anni fa quando, Presidente della Cassa di Risparmio di Fossano, comunicai ai miei collaboratori l'intenzione di diffondere nelle scuole l'educazione finanziaria, vidi nei loro sguardi stupore e perplessità.
Nessuno aveva il coraggio di dirmelo chiaro ma del mio progetto non si comprendeva la necessità.
"Come cambia il mondo”, mi verrebbe da dire.

Oggi non si contano gli incontri e le iniziative sul tema. Dalla Banca d'Italia alla Consob, dall'A.b.i. alla Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio, c'è un impegno corale di qualità.
Anche l'opinione pubblica ha cambiato parere grazie ad alcuni giornalisti che spesso trattano con competenza l'argomento.

In particolare gli articoli di Angelo De Mattia, editorialista autorevole, hanno contribuito in modo determinante a far crescere nei lettori e nei legislatori la convinzione che oggi, senza educazione finanziaria non si va da nessuna parte.

Voglio chiudere con un pensiero rivolto ai ragazzi con il quale termino spesso i miei interventi nelle scuole.
Ricordatevi: "anche se non vi occupate di economia, l'economia si occuperà di voi”.

L'inclusione sociale e l'eguaglianza di genere passa dall'educazione finanziaria

La prerogativa è colmare il gender gap migliorando il rapporto tra donne e finanza

di Claudia Segre, Presidente Global Thinking Foundation

Com’è noto, l'Italia è finalmente entrata nel novero dei 65 Paesi che si sono dotati di una strategia nazionale per la diffusione dell'educazione finanziaria.
Diverse le indagini che recentemente hanno fotografato – un po’ impietosamente - la realtà del differenziale sull'educazione finanziaria e sull'alfabetizzazione finanziaria tra l'Italia e gli altri Paesi, un divario culturale che mette in luce carenze sia da parte dei cosiddetti Millenials, sia da parte degli adulti, con un grado di attenzione particolare alle donne.

Nel corso dell’ultimo meeting annuale del Fondo Monetario Internazionale a Washington qualche giorno fa, le delegazioni degli oltre 190 Paesi partecipanti - che supportano gli obiettivi dell'Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile – hanno condiviso le proprie esperienze rispetto agli sforzi per l’inclusione sociale.
Sono 17 gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile inclusi in un più grande programma d’azione, per un totale di 169 traguardi prefissati.
Tra questi, il quinto obiettivo è “raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze”. Non vi può essere innovazione e crescita in un Paese senza affrontare le differenze di genere. Da questo nasce l’impegno verso le nuove generazioni, soprattutto rispetto alle cosiddette “materie STEM” (Science, Technology, Engineering and Mathematics).

Il FMI ha fotografato un campione di 28 Paesi, che rappresentano il 60% della popolazione mondiale, per misurare il cosiddetto "financial access gender gap": nonostante le donne rappresentino oltre il 50% della popolazione valutata, solo il 35-40% ha mediamente accesso ai servizi bancari e finanziari, dal conto corrente al mutuo.

Sono diversi gli aspetti nei quali la relazione tra le donne e la finanza si sviluppa e così l’emancipazione femminile, prima, e l’ingresso nel mondo del lavoro, poi, hanno offerto alla donna la possibilità di uscire da certi stereotipi, che erano però il fondamento di una gestione del budget famigliare oculata ed efficiente. In Italia, infatti, sino al deflagrare della seconda guerra mondiale la donna era il centro dell’economia familiare, con un equilibrio esemplare tra governance e senso etico, con annotazioni puntuali di entrate e uscite sui “libri di casa”, sulle agende, sulle buste, sempre attente a far quadrare i conti.
In seguito è arrivato il momento di mettersi in gioco per sostenere lo sviluppo del Paese dopo il conflitto: con l’accesso al voto, alle università e al mondo del lavoro, le donne hanno cambiato il volto del Belpaese.
Ma è uno scenario quello attuale fatto ancora di luci e ombre. Ci sono molti settori in cui la presenza femminile e l’affrancamento salariale hanno ridotto notevolmente il differenziale di genere, ma persistono aree di attività in cui fortissimi divari resistono, come ad esempio la finanza: basti pensare che fino all’epoca della crisi globale gli stipendi così come i bonus e i premi “di produzione” in Italia sono sempre stati destinati ai manager di alto livello, che al 95% erano uomini.
Poi ci sono le donne che subiscono isolamento economico e quindi violenza economica. Un fenomeno che rientra a pieno titolo nella violenza domestica, ma decisamente più subdolo e difficile da far emergere se non quando è troppo tardi. L’occultamento dei mezzi finanziari passa da una normalità quasi ordinaria ove, come frutto di una cultura patriarcale, è l’uomo a gestire i conti correnti con firma congiunta. Da qui si passa nei casi estremi a livelli di violenza economica limitante, per cui le donne hanno accesso solo a piccole somme per gestirsi, e poi controllante o addirittura delinquenziale quando si arriva a far firmare documenti come prestanome, assegni scoperti o peggio nel caso di imprese familiari.
Per questo oggi è prioritario un impegno collettivo volto a ridurre gli squilibri nelle conoscenze finanziarie tra uomini e donne. Un passo fondamentale per migliorare la qualità della vita per le donne in tutto il mondo e per sostenere la crescita economica globale.

L'importanza dell'alfabetizzazione economica

di Miro Fiordi

La sfida dell’alfabetizzazione, che ha caratterizzato gli insegnamenti della scuola nel secolo scorso, non ha affatto perso la sua attualità : se insegnare l’italiano e la matematica erano la priorità negli anni del boom economico (a metà Novecento circa il 60% della popolazione era priva di ogni titolo scolastico e perfino la lingua nazionale era privilegio di una minoranza), oggi i nostri ragazzi devono affrontare nuovi contesti e imparare nuovi linguaggi. In un mondo dove parole come tasso, mutuo, rata e prestito sono di uso comune, diventa fondamentale familiarizzare con questi concetti e questo lessico il prima possibile e quindi a partire dai banchi di scuola. L’educazione finanziaria e la sua diffusione sono oggi così importanti ed attuali tanto da rappresentare uno dei tre pilastri, insieme a lingue straniere e programmazione informatica, del quarto punto del documento programmatico relativo alla scuola del Governo Renzi, dove si parla espressamente di “prossima alfabetizzazione”, dal titolo “Ripensare ciò che si impara a scuola”.

E di alfabetizzazione è proprio il caso di parlare per i quindicenni italiani che, secondo gli ultimi dati Pisa sulle conoscenze e competenze finanziarie, non raggiungono la media riscontrata nei pari età dei tredici paesi Ocse sui quali è stata effettuata l'indagine. Gli studenti italiani scarsi in materia sono 6,4 punti percentuali in più rispetto alla media (il 21,7% contro 15,3%). Per contro abbiamo 7,6 punti percentuali in meno rispetto alla media di ragazzi altamente preparati (il 2,1% contro 9,7%). A ciò si aggiunge che nella teoria economica siamo preparatissimi, mentre nella pratica facciamo difetto: ad esempio il 63% degli italiani conosce come funziona l’inflazione ma solo il 3,3% calcola in modo corretto gli interessi su base annua.

Di fronte a questi dati appare palese come l'educazione finanziaria sia uno dei grandi temi con i quali tutti i Paesi, tra i quali l’Italia, oggi si confrontino ma è soprattutto evidente come l’alfabetizzazione economica sia una delle leve strategiche su cui puntare per lo sviluppo della nostra economia e dell'intera società.

Investire sulla cultura significa infatti investire sul futuro e, proprio per questa ragione, l’industria bancaria italiana promuove da circa un decennio l’educazione finanziaria all’interno delle scuole, tenendo ben presente che l’istruzione e la formazione, specie per i giovani, non si devono limitare a impartire conoscenze, ma devono sviluppare competenze e trasmettere i valori fondamentali necessari per una buona convivenza nella propria comunità. Questo perché i bambini e i giovani sono gli attori economici del prossimo futuro e le loro decisioni finanziarie determineranno il futuro della stessa economia. Preparare i giovani al contesto economico e sociale e dare loro gli strumenti di competenza finanziaria significa, in ultima analisi, contribuire a dare un impatto notevole sulla vita stessa delle persone.

In questi anni le banche italiane hanno svolto quindi la funzione di mediatore culturale, facilitando la collaborazione tra scuola e mondo privato, proponendo delle attività didattiche per sensibilizzare i giovani su alcuni valori fondanti del benessere di una comunità come l’uso consapevole del denaro e la legalità.

Il lavoro che è stato fatto è molto e parecchio ne rimane ancora da fare, anche se l’Italia può contare su una moltitudine di validissimi attori attivi nella diffusione dell’educazione economica, impegnati a mettere a disposizione dei cittadini ed in particolare delle nuove generazioni, informazioni e strumenti utili per poter gestire in modo consapevole e trasparente le problematiche legate all’uso del denaro. Ma la vera sfida odierna è quella di mettere in comune le iniziative e le esperienze maturate, con l’obiettivo di portare la diffusione della “cittadinanza economica” e della cultura al risparmio a livello di progetto Paese.

Con questo intento l’industria bancaria italiana ha creato la Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio che vuole essere un polo unito di partecipanti impegnati nella diffusione dell’educazione finanziaria e della cittadinanza economica.
Ogni ente, ogni impresa, ogni istituzione potrà affrontare il tema dell’educazione finanziaria condividendo idee, disegnando strategie comuni e realizzando congiuntamente progetti e strumenti didattici, in modo che la competenza economico finanziaria sia parte fondante del bagaglio culturale delle prossime generazioni e abbia solidità e continuità nel tempo.

I giovani e il ruolo della scuola

di Giovanna Boggio Robutti

Contrariamente agli adulti che non dispongono di un luogo fisico comune di aggregazione, la scuola si presta ad essere un ottimo “bacino di diffusione” per i più giovani. Ed anche in questo caso l’azione delle Istituzioni, sia il Governo sia il MIUR, ha confermato un’attenzione particolare al tema, a partire dalla nascita del liceo economico-sociale nel 2010 che ha riempito un vuoto nella scuola italiana.
Fino a sei anni fa la scuola italiana era l’unica a non avere un indirizzo liceale centrato sulle discipline giuridiche, economiche e sociali, presente invece nei sistemi scolastici europei e capace di rispondere all’interesse per il mondo di oggi, per la comprensione dei complessi fenomeni che lo caratterizzano.
Va poi sicuramente ricordata la firma della “Carta d'intenti sulla legalità economica” siglata dal Ministero e da altri 14 soggetti pubblici e privati (Ministero dell'Economia, Banca d’Italia, Guardia di Finanza, Associazione Bancaria Italiana, Fondazione per l’educazione finanziaria e al risparmio, Agenzia delle Entrate, Corte dei Conti, Unioncamere ed altri) che sottolinea come l’educazione finanziaria possa costituire un elemento di sviluppo e crescita sociale, soprattutto nell’ottica più completa nella costruzione del percorso di educazione alla cittadinanza consapevole.

È di recente emanazione (13 luglio 2015) la Legge 107 (La Buona Scuola) che pone l’accento, tra le altre cose, sull’introduzione di una conoscenza economica di base tra le competenze indispensabili di cittadinanza consapevole e sull’alternanza scuola-lavoro. Quest’ultima è stata introdotta sin dal lontano 2003 con la legge delega n. 53 e disciplinata successivamente dal D.lgs 77 del 2005 come metodologia didattica per la realizzazione dei corsi del secondo ciclo con l’obiettivo di assicurare ai giovani, tra i 15 e i 18 anni, oltre alle conoscenze di base, l’acquisizione di competenze spendibili nel mercato del lavoro attraverso il raccordo della scuola con il tessuto socio-produttivo del territorio, l’apprendimento in contesti diversi quale metodologia didattica innovativa che risponde ai bisogni individuali di formazione e valorizza la componente formativa dell’esperienza operativa e lo scambio tra le singole scuole e tra scuola e impresa.

Fino a qui abbiamo considerato il futuro, ossia le nuove generazioni, ma gli adulti?
La cultura finanziaria non significa solo conoscere le modalità per investire i propri risparmi o effettuare calcoli finanziari, ma riguarda tutta una serie di decisioni e azioni che intraprendiamo dai tempi della scuola al momento della pensione e si lega strettamente al concetto di “inclusione finanziaria” e, quindi, a quello di inclusione sociale in senso lato e a quello di cittadinanza. Questo è un punto fondamentale e non ovvio: la cultura finanziaria non è un qualcosa di utile soprattutto per chi ha soldi da investire, ma è uno strumento importante soprattutto per chi è più disagiato e spesso incapace di qualunque forma di programmazione finanziaria. Il processo di educazione finanziaria degli individui quindi dovrebbe cominciare sui banchi di scuola e continuare tutta la vita, fino al momento della pensione. Questo perché la vita di un individuo è caratterizzata da fasi di guadagno e di spesa molto diverse e dal susseguirsi di decisioni finanziarie di cruciale importanza per garantirci una serena vecchiaia, specie in un contesto dove l’incertezza per la pensione pubblica è crescente.
L’importanza di questi aspetti è nota, ma nella quotidianità di una persona adulta la risorsa “tempo” è inestimabile, limitata e soprattutto da allocare secondo priorità che variano da individuo a individuo. Gli adulti sono un pubblico frammentato, eterogeno, non localizzato. Hanno poco tempo ed urgenze che portano ad effettuare scelte economiche in modo sbrigativo o poco approfondito, non investono minuti preziosi in ricerche e comparazioni e scelgono quindi prodotti e servizi in modo spesso inconsapevole. Se a ciò aggiungiamo il fatto che economia e finanza siano percepite come materie tecniche e un po’ noiose ecco che il problema di raggiungere la popolazione attualmente adulta diventa un problema. Più volte la Fondazione ha cercato di proporre, insieme alle Associazioni dei Consumatori e alle pubbliche amministrazioni locali, incontri di approfondimento, dibattiti con esponenti delle banche e dei consumatori, arrivando a realizzare uno spettacolo teatrale di informazione per trasferire messaggi tramite una modalità diversa. In effetti l’economia parla una lingua straniera: l’inglese. Per rispondere a questa esigenza dal 2014 l’Associazione Bancaria Italiana ha creato la Fondazione dedicata all’educazione finanziaria e l’acronimo che la contraddistingue, FEDUF, è interpretabile sia in Italiano sia in inglese (Financial Education Foundation), nata con l’obiettivo principale di promuovere la riflessione sulle materie legate alle scelte finanziarie.

Un campus per colmare il gap

di Andrea Beltratti e Giovanna Paladino

Dare la possibilità ai ragazzi di riflettere sulla relazione tra mondo del lavoro e formazione è non solo importante ma una vera e propria emergenza. In Italia, secondo i dati Ocse, il tasso di abbandono scolastico nella scuola superiore (17 per cento) è secondo solo a quello della Spagna, gli adulti laureati sono meno del 20% della popolazione e le competenze per trovare un lavoro dei nostri ragazzi risultano nettamente inadeguate rispetto a quelle dei ragazzi residenti in economie più dinamiche.

Ambizioni

Il progetto «I fuoriclasse della scuola» è ambizioso perché si propone di ottenere risultati in campi tradizionalmente collocati al di fuori della formazione proposta dalla scuola secondaria in Italia, vale a dire il contatto tra scuola e lavoro e l'educazione finanziaria. In questo progetto, il contributo del Museo del Risparmio sarà quello di offrire ai ragazzi un approfondimento delle tematiche relative all'imprenditorialità e di esporli a concetti di educazione finanziaria utili a trovare il proprio posto nel mondo. Capacità di pianificazione, competenze relazionali, attitudine a valutare in modo consapevole i rischi sono solo alcuni degli argomenti toccati dal campus residenziale di 3 giorni a Torino.
Affrontare con i ragazzi il tema dell'imprenditorialità è importante. Non è un caso che l'Italia mostri carenze nel processo di creazione di nuove aziende in settori innovativi. Siamo stati campioni mondiali nella costituzione di aziende in settori tradizionali e nella creazione di molte piccole iniziative di consumo al dettaglio. Ma in generale non siamo stati in grado di raccogliere la sfida lanciata dalla tecnologia, sia dal punto di vista dell'implementazione delle conoscenze scientifiche per creare nuovi prodotti e servizi, sia dal punto di vista della sfida connessa al trattamento di un largo numero di informazioni per creare aziende nei settori a maggiore potenzialità di crescita.

Evidenze

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Le iniziative imprenditoriali che si trasformano in grandi eccellenze sono troppo poche e molti servizi e prodotti, ormai essenziali per le nostre economie, sono inventati e prodotti all'estero. Non può quindi sorprendere se i nostri talenti migliori cercano altrove le opportunità (e non la fortuna) che qui non trovano. Anzi, può sorprendere che il dato non sia più elevato.

Patrimonio

Le bellezze naturali, il capitale sociale e una certa pigrizia di fondo, sostenuta dall'uso di risorse finanziarie accumulate nel passato dalle famiglie, sono stati i fattori in grado di contenere il flusso delle partenze.
Tuttavia, se la sostenibilità del debito pubblico fosse misurata dal rapporto tra debito e giovani residenti in grado di creare nuove idee sul territorio, il quadro per l'Italia sarebbe molto più allarmante di quello descritto dal rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo. Per cambiare la prospettiva è, allora, importante mobilitarsi per dare ai giovani la possibilità di capire cosa vuol dire investire nel proprio capitale umano per essere adeguati al mondo del lavoro e diventare imprenditori, prima di tutto, di sé stessi.

Opportunità

Vogliamo fare riflettere i nostri «fuoriclasse» sul valore dell'impegno e dell'istruzione, che non consiste nel ripetere a memoria pagine di definizioni ma nell'acquisire le competenze che servono a migliorare il mondo, per sé e per gli altri. Il progetto cerca di rispondere a questa esigenza, mettendo assieme le forze del settore pubblico e del settore privato. Il settore pubblico amplia la sua gamma di intervento con uno strumento nuovo e complementare rispetto ad altri esistenti. I privati con interessi filantropici avranno un modo di donare direttamente ai giovani. Il settore privato in generale potrà beneficiare della relazione che stabilirà con coloro che con ogni probabilità saranno i leader di domani. E' importante che questi talenti possano fare esperienza all'estero ma che non siano costretti a rimanerci. L'Italia deve divenire un posto attraente per il capitale umano migliore e questo può succedere solo se - oltre a cibo, vino e arte - torniamo a premiare il merito.

Tratto da "CorrierEconomia", 6 giugno 2016, pag.33

Bene semplificare, ma senza educazione serve a poco

di Andrea Beltratti

E' in fase di consultazione il documento delle autorità di regolamentazione europee sul Priip Kid (il «key information document per i packaged retail investment insurance-based investment product»). La nuova regolamentazione, che in teoria dovrebbe essere effettiva dall'inizio del prossimo anno ma i cui lavori paiono essere in ritardo, ha il pregio principale di riguardare in maniera trasversale molti dei prodotti finanziari acquistati dagli investitori, siano essi di natura finanziaria o assicurativa. In questo modo si favorisce il campo di gioco livellato e, aumentando la trasparenza, si consente in teoria agli acquirenti di poter effettuare confronti tra i costi, il rischio e il rendimento atteso da ogni prodotto.

Ci sono molti elementi ancora controversi, tra cui l'aggregazione di indicatori di rischio di mercato e di credito, la scala numerica usata per misurare il rischio, il ruolo delle garanzie e così via, ma occorre riconoscere la spinta a presentare informazioni in maniera facilmente leggibile per gli investitori. La proposta comprende sia un indicatore sintetico di rischio, che potrebbe essere basato su una misura di volatilità storica, sia scenari di performance. Gli scenari di performance possono essere molto utili, in particolare se ad essi sono associate delle probabilità.

Dibattito

In Italia si è parlato poco di questa importante evoluzione normativa, e ci si è concentrati sul tema degli scenari, in particolare per quanto riguarda le probabilità da usare. Molti commentatori hanno discusso in merito alla opportunità di utilizzare probabilità «oggettive» o probabilità «neutrali al rischio». Alcuni sostengono che solo con queste ultime è possibile davvero rendere gli investitori consapevoli delle possibilità di perdita di singoli prodotti.

Le probabilità «neutrali al rischio» sono utilizzate dagli operatori per calcolare il prezzo dei prodotti derivati. Dal momento che il loro prezzo è legato a quello dei sottostanti mediante relazioni di arbitraggio, si possono, nel contesto della determinazione del prezzo, usare le probabilità neutrali perché l'avversione al rischio degli investitori è irrilevante. Ma nessun operatore utilizza le probabilità neutrali ai rischio per calcolare il prezzo equo ad esempio di un'azione. Infatti, una delle implicazioni dell'utilizzo di questa metodologia è che il rendimento atteso da tutti i titoli rischiosi deve essere pari al tasso senza rischio. Nelle condizioni di mercato attuali il tasso senza rischio è debolmente positivo per scadenze molto lunghe e negativo per quelle brevi o medie. Quindi, occorrerebbe fare calcoli finanziari ipotizzando che i titoli paghino un rendimento negativo nel breve periodo e debolmente positivo nel lungo, naturalmente accompagnati da una dose sostanziale di rischio. In tale impostazione qualsiasi rendimento positivo diventerebbe un elemento sorprendente, da gustare ex post, ma non da mettere ex ante nel preventivo.

Questa impostazione non è coerente con l'esistenza di un premio al rischio, che si è manifestato in tutte le classi di attività finanziarie con un rendimento medio generalmente crescente appunto per diversi gradi di rischio. Non è quindi corretto trasmettere informazioni che ignorano l'evidenza storica per enfatizzare l'elemento legato alla possibilità di perdita. Tale metodologia suggerirebbe di non acquistare titoli rischiosi e le aziende e i governi stessi non si potrebbero finanziare. Una società non può crescere, e non si può sviluppare, quando nessuno è disponibile ad assumere il rischio necessario all'attività economica ed imprenditoriale.

Il tema quindi non è quello di presentare i prodotti finanziari o i titoli in modo che nessuno li compri, ma di presentarli in modo che li acquisti solo chi è adatto a farlo, e nel contesto di una diversificazione di portafoglio. E' benvenuto qualsiasi strumento che possa consentire una migliore comprensione del rischio, in particolare del rischio di perdita, da parte degli investitori, compresi scenari che utilizzino (ed esplicitino) probabilità che siano coerenti con i dati di lungo periodo.

Cultura

Naturalmente l'aspetto connesso ad indicatori rigorosi e coerenti della quantità di rischio, anche se non esplicitamente trattato nell'analisi dei Pripp, è quello dell'educazione finanziaria degli investitori. La presenza di prospetti semplificati e scenari di performance, magari contenenti indicazione di probabilità, non servirà a molto se non avrà luogo simultaneamente un aumento della cultura finanziaria. Interpretare una probabilità non è facile, così come non sono di immediata comprensione i concetti di volatilità e di rischio. Gli sforzi per avere prospetti più semplici ed efficaci avranno poche conseguenze pratiche se gli investitori continueranno a non diversificare in maniera appropriata il loro portafoglio. Scegliere di detenere solo due o tre titoli non è mai una buona idea. Ci sono molte possibilità di acquistare prodotti altamente diversificati, con vari stili di gestione ad essi associati, dai fondi attivi ai fondi passivi agli Etf. Per essere un investitore prudente, capire che un portafoglio diversificato può offrire meno opportunità di guadagno ma è più stabile di un portafoglio di pochi titoli, è ancora più importante di comprendere quali sono gli scenari di performance di un singolo titolo.

Tratto da "CorrierEconomia", 29 febbraio 2016, pag.40

L’ABC del rischio

di Andrea Beltratti

Quanto ci perde l’Italia in ragione di una scarsa alfabetizzazione finanziaria

Il rapporto tra gli italiani e il risparmio è stato spesso difficile. Negli anni Settanta l’inflazione a due cifre assieme a mercati poco sviluppati erodevano il valore del patrimonio. Oggi una difficilissima congiuntura ha trasformato in beni di lusso le attività senza rischio, che occorre pagare annualmente per avere nel proprio portafoglio. I periodi prolungati di erosione continua del valore della ricchezza in genere nascondono importanti problemi strutturali legati a fasi di profondo cambiamento economico e sociale. Negli anni Settanta, la difficoltà di adattarsi a un mondo di elevati prezzi dell’energia e di inizio di un processo di confronto internazionale tramite il commercio. Oggi, oltre al paradosso dei prezzi dell’energia bassi e decrescenti, abbiamo difficoltà a vincere la sfida della globalizzazione e di una innovazione tecnologica usata in tutto il mondo ma prodotta soltanto in alcune zone della California, che automaticamente redistribuisce ricchezza da tanti a pochi. Di conseguenza, gli italiani hanno forti difficoltà a gestire un patrimonio che si aggira intorno ai 10.000 miliardi di euro, di cui 3.000 di ricchezza finanziaria. Si tratta della miniera del paese, ma è una miniera gestita in modo inefficiente.

In questi giorni il tema attrae purtroppo più attenzione, perché si è sgomenti di fronte al più recente caso di distruzione del risparmio di alcuni italiani. Un caso che infligge un danno enorme sia a certe aree specifiche del paese, con conseguenze devastanti anche per le attività economiche locali, sia all’economia in generale. L’atteggiamento ancora più conservativo che verrà adottato da molti risparmiatori che non sono in grado di comprendere appieno che cosa è successo sarà un danno per tutti. Se il rendimento finanziario del patrimonio del paese scenderà anche solo dello 0,5 per cento come conseguenza di un atteggiamento ancora più precauzionale, ci saranno minori redditi per 15 miliardi, circa l’1 per cento del prodotto interno lordo.

Nell’attesa che le responsabilità vengano definite nelle sedi competenti e la giustizia faccia il suo corso, speriamo con tempi più rapidi di quelli tradizionali del nostro paese, e provando innanzitutto emozione e solidarietà per le famiglie colpite, occorre riflettere per evitare che simili situazioni si ripetano in futuro. Una migliore educazione finanziaria, associata a maggiore consapevolezza in merito alla destinazione del proprio patrimonio, è una condizione necessaria per una gestione più efficiente dello stesso. Certo, non sufficiente, perché deve essere accompagnata da comportamenti corretti da parte degli intermediari, da mercati liquidi ed efficienti, in cui i prezzi rivelino al meglio le caratteristiche dei prodotti, e da una politica economica che complessivamente faccia riavviare il paese su una strada di crescita.

Il ruolo (auspicabile) delle istituzioni

L’educazione finanziaria porta consapevolezza delle proprie scelte, delle loro implicazioni e dei rischi a esse associati. Non possiamo realisticamente sperare che gli italiani acquisiscano questa consapevolezza in poco tempo, ma neanche dobbiamo farci impressionare dalle statistiche che ci collocano sotto le medie internazionali nei test a risposta multipla. E’ comunque necessario che le istituzioni che ne hanno la responsabilità intervengano in termini molto rapidi per avviare un processo di creazione di apprendimento e aumento della consapevolezza. La situazione corrente vede la presenza di tante istituzioni e operatori privati che individualmente cercano di essere utili e trasmettere conoscenze al pubblico. C’è chi lo fa tramite il sito internet, che purtroppo in Italia ha un impatto minore che all’estero data la minore abitudine degli italiani a usare questo canale. C’è chi lo fa intervenendo nelle scuole, con un progetto di lungo periodo che però spesso non coinvolge i decisori attuali vale a dire gli adulti. C’è chi lo fa avviando contatti diretti con i propri clienti. Queste iniziative vanno tutte bene, ma possono esercitare complessivamente un impatto molto maggiore se vengono considerate in uno schema comune, che dia vita a un vero e proprio programma nazionale per l’educazione finanziaria.

La possibilità di fare interagire questi vari aspetti è evidente. Combinando siti internet, contatti con gli adulti e interventi nelle scuole è possibile sprigionare sinergie che portino le famiglie ad avere più strumenti di comprensione del difficile problema di gestione del proprio patrimonio. Facendo lezione a una scuola media, si potranno coinvolgere i genitori e farli lavorare assieme. I genitori impareranno dai figli come si usa internet, e i figli capiranno assieme ai loro genitori che cosa è un consumo di base e che cosa è voluttuario, come si programma e gestisce un budget famigliare, come si investono i propri risparmi, come scegliere tra un mutuo a tasso variabile e uno a tasso fisso, eccetera. Un operatore finanziario che sa che nella zona di propria competenza ci sono attività educative che coinvolgono genitori e figli, potrà inserirsi già sapendo quali sono i contenuti che vengono discussi nelle altre sedi, focalizzando la propria attenzione su alcuni contenuti specifici.

Si dice che non bisogna “mai sprecare una crisi”, a volte per tirarsi su il morale in momenti di difficoltà. Questo deve essere uno dei momenti in cui il paese ha uno scatto di orgoglio e, tramite le persone e le istituzioni che ne hanno possibilità e responsabilità, dimostra che rimpiangere i propri errori ha senso solo quando l’esercizio è accompagnato dalla determinazione di cambiare con programmi precisi. Dopo le tante enunciazioni generiche di queste ore, è importante che qualcuno si faccia avanti per fare proposte concrete sull’educazione finanziaria che possano impedire nuovi casi di distruzione del risparmio.

Tratto da “Il Foglio”, 19 dicembre 2015

Un Paese che cresce ed innova «esporta» anche la sua lingua

di Andrea Beltratti 

L’italiano subisce in misura sempre maggiore contaminazioni dall’inglese. Prima di fornire valutazioni sull’impatto di tale contaminazione sulla vita degli italiani, è utile riflettere sulle cause di tale situazione.

La lingua di un Paese è lo strumento che la collettività usa per comunicare. In un sistema chiuso l’interazione tra la lingua e gli individui rimane relativamente stabile, essendovi minori necessità ed opportunità di introduzione di nuovi termini, poiché le comunicazioni avvengono all’interno della stessa comunità, tra individui che da tempo utilizzano codici di espressione consolidati. In questo contesto, infatti, sia la lingua sia la popolazione di individui mutano lentamente nel corso del tempo.

In un sistema aperto il processo è del tutto diverso, dal punto di vista sia quantitativo sia qualitativo. L’interazione con popolazioni diverse fornisce continui termini di confronto linguistico. Un oggetto è definito in due modi diversi in due culture diverse e il confronto può far capire che la definizione data da un popolo è più efficace ed efficiente di quella data dall’altro. Spontaneamente, alcune persone iniziano ad usare il termine «straniero» nella propria lingua, contaminandola. Il processo può continuare ed espandersi.

Quali fattori rendono il processo all’incirca simmetrico? Ce ne sono potenzialmente tanti, tra cui alcuni di natura economica. Un Paese che cresce ed innova maggiormente tende inevitabilmente ad «esportare» più termini linguistici di quanti ne «importi» per motivi fondamentali e legati alla «moda». Quando si acquista un prodotto nuovo inventato all’estero è più veloce definirlo con una parola straniera, magari con il marchio dell’azienda che lo produce, piuttosto che usare una o più parole indigene. A volte diventa di moda usare parole straniere.

La contaminazione che l’italiano ha subito dalla lingua inglese nel corso degli ultimi decenni può anche essere spiegata sulla base di queste osservazioni. Le economie americana ed inglese sono state la culla di nuovi prodotti e nuovi servizi, spesso legati alla tecnologia. E prima ancora la presenza di soldati americani ed inglesi sul territorio italiano ha costretto gli italiani ad imparare alcuni termini inglesi, che rimangono a tutt’oggi in alcune forme dialettali. Negli anni cinquanta e sessanta, americani ed inglesi hanno inventato il «rock and roll» e poi la musica «pop», termini mai tradotti in italiano. A partire dai testi dei Beatles, quanti giovani italiani si sono accostati all’inglese anche solo per capire quali erano i messaggi di quelle canzoni? E da trenta anni a questa parte, il dominio degli Stati Uniti nella tecnologia ha fatto il resto. Internet rimane internet in qualsiasi lingua, e il World Wide Web rimane www, e lo digitiamo tutti più volte al giorno. Non avrebbe senso del resto parlare di «ragnatela mondiale».

Occorre prendere atto che se duemila anni fa la direzione della contaminazione era diversa, oggi non è più così. Chiediamoci piuttosto quali sono le conseguenze della contaminazione della lingua italiana. Ce ne sono di positive e di negative. Quella più positiva è che è più facile imparare l’inglese: ciò è un vantaggio, dato che l’inglese è la lingua utilizzata di consuetudine nel mondo del lavoro. È molto più agevole poi essere turisti nel mondo sapendo l’inglese piuttosto che sapendo l’italiano. Si può essere più competitivi nell’accogliere i turisti stranieri parlando inglese che italiano. Sapere l’inglese aiuta quindi la crescita economica del Paese.

Ci sono naturalmente anche implicazioni negative. Molti giovani parlano e scrivono in una lingua che rappresenta né un buon inglese né un buon italiano. Anche all’università, le tesi contengono spesso molti più termini inglesi di quanto necessario e diventano illeggibili sia per chi conosce l’italiano sia per chi conosce l’inglese. Gli insegnanti hanno una parte di responsabilità in questo quando accettano tali documenti invece di chiedere allo studente di curare attentamente la scrittura.

Educazione finanziaria: un caso da manuale per il bravo comunicatore

di Giovanna Boggio Robutti 

In Italia è in atto, già da alcuni anni, un fenomeno che vede, da un lato, un gran numero di soggetti impegnati nella diffusione dell’educazione finanziaria e, dall’altra, un generale disinteresse degli utenti finali – noi cittadini – di fronte ad un argomento che dovrebbe interessarci molto, dato che riguarda i nostri soldi.

Forse perché parlare di estratti conto e di budget familiare non è tra le cose più appassionanti? Resta il fatto che delle nostre finanze dovremmo occuparci meglio e di più, soprattutto considerato che lo stato sociale è in via di estinzione e gli unici artefici del nostro benessere futuro siamo noi.

Se questo è vero per gli adulti, ancor più importante è per i giovani, per i quali i grandi temi della previdenza, del risparmio, della pianificazione dovrebbero essere argomenti di dibattito e stimolo all’acquisizione di competenze, in quanto strumenti indispensabili nella “cassetta degli attrezzi” per la costruzione del loro futuro.

Ci troviamo quindi di fronte a un dilemma interessante: come stimolare l’interesse della popolazione su un problema reale ma non percepito? Come trasmettere informazioni complesse in modo comprensibile ed efficace? E, infine, con quali strumenti veicolarle affinché queste raggiungano il target e vengano utilmente recepite?

Qui entra in gioco il Bravo Comunicatore. Che deve affrontare diversi aspetti del problema: il primo è la relazione tra comunicazione e educazione finanziaria, che deve portare con sé con la capacità di abbattere l’inconsapevolezza e di stimolare la curiosità verso un argomento nuovo e complesso.

Il secondo è quello dei contenuti, degli strumenti e dei momenti. Un insieme di elementi che vanno attentamente tarati sulle esigenze dei singoli target: a ciascuno la sua informazione, calibrata in base a capacità cognitive, esigenze e aspettative.

Il terzo è la necessità di vincere la diffidenza ad addentrarsi in ambiti ritenuti, per svariati motivi, lontani dalla propria esperienza. I giovani, ad esempio, dovrebbero essere consapevoli che per garantirsi una serenità economica all’età della pensione dovranno costruirsi un percorso previdenziale integrativo rispetto a quello pubblico. Il problema di come garantirsi una pensione dovrebbe quindi essere di particolare interesse per loro, che, tuttavia, non riescono a coglierne l’importanza dato che si colloca su un orizzonte temporale troppo lontano per rappresentare una criticità.  Nel caso degli adulti, al contrario, l’educazione finanziaria dovrebbe essere percepita come uno strumento di immediata utilità per ottimizzare e preservare le risorse economiche delle famiglie in tempo di crisi. Ma anche in questo caso, non è così.

Come fare, allora, per catturare l’attenzione delle persone sui vantaggi che una consapevole gestione del denaro e un’accorta pianificazione finanziaria può portare nella vita quotidiana di ognuno di noi?

Partendo dalla scuola è facile, perchè questa tematica si inserisce naturalmente nell’ambito della Cittadinanza consapevole, ossia quel grande serbatoio di insegnamento relativo alla vita della comunità, con tutte le sue regole e le sue declinazioni, tra cui quella fondamentale dell’economia.  Gli strumenti in questo caso sono utili ed apprezzati se capaci di stimolare gli studenti alla riflessione e al senso critico, se sviluppano insomma competenze oltre che conoscenze.

Se invece ci rivolgiamo agli adulti tutto diventa più complesso: non c’è più un canale preferenziale che attraverso luoghi, orari e discipline, consente di inserire argomenti economici anche in modo trasversale.  Gli adulti sono un pubblico intangibile, frammentato, eterogeneo, non localizzato. Hanno poco tempo e molti impegni, sono quindi spesso portati ad affrontare le scelte economiche in modo sbrigativo o poco approfondito, secondo criteri dettati più dall’urgenza che da un solido processo di analisi basato su ricerche e comparazioni.

Per coinvolgerli è utile la collaborazione con reti di aggregazione o di moltiplicatori, così come il richiamo di segmenti di target attorno a problematiche specifiche, quali ad esempio l’inclusione finanziaria nel caso degli immigrati; il sovra indebitamento nel caso delle fasce di popolazione più a rischio; l’acquisto della casa rispetto alle giovani coppie. Nel caso degli adulti il successo delle iniziative è più fortemente collegato alla scelta del giusto contesto (luogo, orario, rilevanza del tema per il target di riferimento) piuttosto che alla tipologia di strumento utilizzato. Anche questa è una difficile sfida per il Bravo Comunicatore, soprattutto se consideriamo che raramente i progetti di educazione finanziaria nascono nell’ambito della Comunicazione o delle pubbliche relazioni, pur collocandosi a tutti gli effetti tra le azioni di responsabilità sociale di impresa, con una forte attenzione, quindi, agli aspetti divulgativi e di condivisione. E che ancora più raramente possono contare su budget di comunicazione per supportarne la conoscenza e la visibilità presso la cittadinanza. C’è però anche una buona notizia ed è che i progetti di educazione finanziaria si prestano perfettamente per generare attività di ufficio stampa tradizionale e comunicazione sui social network.

prossimi passi per l’educazione finanziaria saranno segnati dalla capacità di mettere a sistema quanto fino ad oggi realizzato dai molti soggetti attivi, trovando i modi per unire progetti, linguaggi e strumenti diversi in un percorso il più possibile organizzato.

La strada percorsa dalla Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio propone, inoltre, una visione della cultura economica basata su un approccio valoriale all’uso del denaro. Un valore che parte dal lavoro, processo indispensabile per guadagnarlo, dall’esigenza di amministrarlo secondo criteri di consapevolezze e di legalità e di usarlo con responsabilità. Le scelte economiche che ognuno di noi sarà sempre più chiamato a compiere, una nuova visione dell’economia basata sull’equità e la sostenibilità e la dematerializzazione del denaro ci portano a riflettere anche sull’esigenza di trasmettere, attraverso l’educazione finanziaria, una nuova cultura di consapevolezza nell’uso del denaro.

L'importanza dell'educazione finanziaria

di Andrea Beltratti

Nelle scuole non si parla quasi mai di educazione finanziaria e di economia in generale, pertanto esiste una carenza educativa diffusa tra i ragazzi.

Anche nelle famiglie spesso non se ne parla per cui le idee intorno a questi argomenti sono nebulose. Il timore che la materia sia troppo complessa per essere compresa porta poi a non leggere i quotidiani o all’ascolto dei  telegiornali.

Cosa fare quindi? Un primo passo è intervenire nelle scuole, non estendendo l’orario delle lezioni, già molto fitto, ma aggiungendo piccoli concetti nelle materie esistenti per aumentare la curiosità degli studenti e il desiderio di capirne di più fino ad arrivare a stimolare un dibattito in famiglia con i propri genitori.

E raggiungere i genitori è altrettanto importante perché sono loro che prendono le decisioni di educazione finanziaria.

Il nostro impegno a favore dell’educazione finanziaria

di Miro Fiordi

Negli ultimi anni ho avuto il piacere di assistere alla partecipazione copiosa ed entusiasta di tante scuole ai programmi didattici di educazione finanziaria promossi dalle banche italiane. Sono quindi più che mai orgoglioso di rappresentare e di contribuire in prima persona al lancio di un nuovo grande impegno culturale dell’industria bancaria.

La sfida dell’alfabetizzazione, che ha caratterizzato gli insegnamenti della scuola nel secolo scorso, non ha infatti perso la sua attualità. Se insegnare l’italiano e la matematica, oggi come ieri, è ancora una priorità, è chiaro a tutti che i nostri ragazzi devono anche affrontare nuovi contesti e imparare nuovi linguaggi. In un mondo dove parole come tasso, mutuo e spread sono di uso comune, diventa fondamentale familiarizzare il prima possibile con questi concetti. L’educazione finanziaria e la sua diffusione sono tanto importanti ed attuali da rappresentare uno dei tre pilastri, insieme alle lingue straniere e alla programmazione informatica, del quarto punto del documento programmatico “Ripensare ciò che si impara a scuola” del Governo Renzi.

Secondo gli ultimi dati Pisa gli studenti italiani presentano un livello di competenze finanziarie significativamente inferiore rispetto ai coetanei dei Paesi Ocse. A ciò si aggiunge che, mentre nella teoria emerge un discreto livello, la pratica fa difetto: due su tre conoscono l’inflazione ma solo uno su venti è capace di calcolare in modo corretto gli interessi su più anni. Di fronte a queste evidenze l'educazione finanziaria si conferma una grande sfida con cui misurarsi.

Investire nell’educazione finanziaria significa investire nel futuro del Paese. Nell’ultimo decennio le banche hanno svolto la funzione di mediatore culturale, facilitando la collaborazione tra scuola e mondo privato, proponendo attività didattiche per sensibilizzare i cittadini, giovani ed adulti, su alcuni valori fondanti del benessere di una comunità come l’uso consapevole del denaro e la legalità. Per portare i cittadini italiani a raggiungere un livello di competenze finanziarie in linea con quello degli altri Paesi è però necessario mettere in comune le esperienze maturate da tutti gli attori attivi sul tema.

Con questo intento nasce la Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio: un polo unito di partecipanti impegnati nella promozione dell’educazione finanziaria e della cultura al risparmio, nel più ampio concetto di cittadinanza economica. Enti ed istituzioni, pubblici e privati, che lavorano insieme per condividere strategie, sviluppare nuove idee e realizzare progetti.

Il “punto di partenza”, ovvero le notizie, i documenti, gli strumenti realizzati in questi anni lo trovate nelle pagine di questo sito. Lascio dunque ai visitatori il piacere di scoprire chi siamo e cosa facciamo.

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