Il punto

La costanza nel tempo

di Gian Enrico Venturini, Vice Direttore Generale BPER Banca

L’attività formativa produce risultati apprezzabili quando si dispiega, costante, nel tempo: in questo senso introdurre appuntamenti periodici, occasioni in cui confrontarsi tempo via tempo favorisce la creazione di un gruppo che può via via crescere, restando sempre ingaggiato sulle tematiche di interesse.

Con questo proposito, nell’ormai lontano 2006, pensammo, come BPER Banca, ad un incontro pubblico da tenersi in un giorno immediatamente successivo alla annuale lettura delle Considerazioni Finali del Governatore della Banca d’Italia, avvalendoci della collaborazione dello stesso Istituto di Vigilanza, nonché del CEFIN dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

Le indicazioni di politica economica che il Governatore formula con tale messaggio, specie ove opportunamente commentate, potevano rivelarsi di interesse anche per i non addetti ai lavori, in ragione degli impatti che queste determinano sulla vita quotidiana di ciascuno.

L’intuizione colse nel segno: l’esperienza prosegue ininterrotta, anno dopo anno, da allora, con relatori estremamente qualificati, alla presenza di una platea sempre molto attenta, che si pone sovente in modalità di interazione con gli oratori.

Anche in questo modo, ci piace pensare, si può contribuire allo sviluppo di una miglior coscienza e conoscenza sule tematiche bancarie e finanziarie.

 
 
 

La sostenibilità trasversale

di Luigi Ferrata, Segretariato ASviS, Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile

Legando l’inclusione finanziaria agli obiettivi di sviluppo sostenibile, si rafforza il messaggio che la sostenibilità non riguarda solo questioni ambientali, ma è trasversale ad ogni aspetto dell’agire umano, cercando di superare un fraintendimento che spesso è molto presente sia a livello politico sia nell’opinione pubblica.

Da questo punto di vista, sebbene non sia esplicitamente menzionata nell’Agenda 2030, l’inclusione finanziaria costituisce uno dei minimi comuni denominatori attraverso i quali è possibile implementare i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile, anzi si potrebbe dire che è sussidiaria, una condizione imprescindibile per cambiare il modello di sviluppo perseguito fino ad ora.

Ad esempio tra i target del goal 1 “Porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo”, si fa esplicito riferimento alla necessità di assicurare a tutti l’accesso a servizi di base tra cui i servizi finanziari e la microfinanza. Il goal 2 “Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile” sottolinea che l’accesso ai servizi finanziari è uno strumento per “raddoppiare la produttività agricola e il reddito dei produttori di alimenti su piccola scala”. Anche il goal 5 “Raggiungere l’uguaglianza di genere, per l'empowerment di tutte le donne e le ragazze” lega l’accesso ai servizi finanziari alla parità di genere. Passando al goal 8 “Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti” si enfatizza il ruolo dei servizi finanziari nella creazione di lavoro e di imprenditorialità.

Questa forte attenzione sull’inclusione finanziaria nasce dalla consapevolezza che l’esclusione ha degli impatti negativi altissimi. È sufficiente pensare che ad oggi circa un terzo della popolazione mondiale e in particolare un miliardo di donne, non ha accesso ai servizi finanziari di base, cioè non può accendere un mutuo, stipulare un contratto assicurativo, avere un conto corrente, effettuare un pagamento a distanza, con tutti le conseguenze che ne derivano sia in termini di mancata crescita economica e benessere sociale, sia per quanto riguarda la scarsa trasparenza e tracciabilità, il rafforzamento della criminalità e anche l’evasione fiscale.

L’inclusione finanziaria può essere perseguita soprattutto attraverso due strategie d’azione. La prima potrebbe essere basata su programmi di educazione finanziaria che giocano un ruolo fondamentale, mentre l’altra è legata allo sviluppo del fintech. Lo stesso Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres nel presentare la strategia per finanziare lo sviluppo sostenibile per il triennio 2018 – 2021 ha sottolineato la necessità di cogliere il potenziale offerto dall’innovazione finanziaria e dalla digitalizzazione per garantire pari accesso ai servizi finanziari e contribuire ad esempio ad abbattere barriere logistiche che impediscono lo sviluppo, incrementando sicurezza e trasparenza.

L’educazione finanziaria sui banchi di scuola

del Prof. Giovanni Quaglia - Presidente della Fondazione CRT

Quando, al mio secondo anno di università, riuscii a comprare una 500 con 250 mila lire faticosamente risparmiate fino ad allora, fu per me una soddisfazione enorme. Quell’auto “di terza mano”, che ai miei occhi appariva una meraviglia, mi dava il senso di un bene conquistato con tenacia e, perciò, particolarmente meritato. Ero nato e cresciuto in una famiglia non ricca, nelle campagne del Cuneese, in un contesto di generale povertà come quello dell’Italia postbellica: già da bambino ero stato educato al valore del denaro, alla necessità di prendersene cura sempre, gestendolo con attenzione, consapevolezza, rispetto.
Ancora oggi, a distanza di parecchi anni, avendo ricoperto molti ruoli al servizio delle istituzioni, sia private sia pubbliche, conservo lo stesso approccio responsabile nell’amministrazione delle risorse, a maggior ragione quando - come nel caso della Fondazione CRT, che ho l’onore di presiedere - esse traggono origine dall’antico patrimonio delle comunità diffuse sul territorio.
L’educazione finanziaria deve cominciare, a mio avviso, fin dall’infanzia, sui banchi di scuola: imparare a gestire il denaro in modo appropriato è certamente un tema importante quanto la disponibilità del denaro stesso, per far fronte adeguatamente alle proprie necessità, così come per cogliere opportunità e per aiutare altri. Questa considerazione vale sempre per ogni bilancio, sia esso di una singola persona, di una famiglia, di un’impresa, di un ente, persino della Nazione, per garantire servizi essenziali come l'istruzione, il welfare, la giustizia, la sicurezza, o per finanziare gli investimenti, senza i quali non c’è sviluppo.

Poche settimane fa, Salvatore Rossi, già Direttore Generale della Banca d'Italia e Presidente dell'Ivass, ricordava che in Italia solo poco più del 30% degli adulti ha conoscenze finanziarie “adeguate”, meno della metà della media degli altri Paesi avanzati. Questa inadeguatezza è un problema grave, non solo per ogni cittadino, ma per l’intero Paese, se si pensa che la tutela del risparmio trova espressione addirittura nella Costituzione.

È il motivo per cui la Fondazione CRT - tramite il proprio progetto Diderot per le scuole del Piemonte e della Valle d’Aosta - fornisce da anni agli studenti utili competenze di “cittadinanza” economica, spesso escluse dai programmi ministeriali, proprio per evitare che nozioni basilari per la vita di ciascuno siano lasciate alla buona volontà di apprendimento dei singoli, con i rischi dovuti alla crescita della complessità, della disinformazione, della manipolazione. Alcune linee didattiche del Diderot, tra cui “Economi@Scuola” realizzata in collaborazione con FEduF, sensibilizzano bambini e ragazzi sull’uso consapevole del denaro e del risparmio, li informano sui modelli economici e sugli stili di consumo sostenibili in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU, diffondono la cultura della prevenzione da dipendenze pericolose e costose come il gioco d’azzardo, un fenomeno che ha assunto proporzioni drammatiche a livello nazionale, come testimoniano i tanti casi di cittadini vittime di sovraindebitamento e usura.
Per questo, in linea con la propria mission orientata alla crescita del territorio, la Fondazione CRT ha costituito oltre vent’anni fa La Scialuppa CRT Onlus, fondazione antiusura: accanto a interventi concreti di contrasto e aiuto alle persone o alle piccole imprese economicamente e socialmente più fragili - oltre 14.000 consulenze gratuite e 2.200 finanziamenti bancari assistiti dalla garanzia della Scialuppa per circa 40 milioni di euro - i volontari di questa importante realtà della grande famiglia della Fondazione CRT mettono in campo preziosi strumenti culturali in sinergia con le istituzioni. Un lavoro di squadra indispensabile per costruire una più solida consapevolezza economico-finanziaria tra i cittadini e una più corretta educazione all’attenta gestione di ogni bilancio.

L'evoluzione della finanza

del Prof. Stefano Zamagni, Professore ordinario di Economia Politica alla Facoltà di Economia dell’Università di Bologna e Adjunct Professor of International Political Economy alla Johns Hopkins University, Bologna

La finanza è uno strumento con potenzialità formidabili per il corretto funzionamento dei sistemi economici. La buona finanza consente di aggregare risparmi per utilizzarli in modo efficiente e destinarli agli impieghi più redditizi; trasferisce nello spazio e nel tempo il valore delle attività; realizza meccanismi assicurativi che riducono l'esposizione ai rischi; consente l'incontro tra chi ha disponibilità economiche ma non idee produttive e chi, viceversa, ha idee produttive ma non disponibilità economiche. Senza questo incontro la creazione di valore economico di una comunità resterebbe allo stato potenziale.

Tuttavia, la finanza con cui oggi abbiamo a che fare è largamente sfuggita al nostro controllo. Gli intermediari finanziari spesso finanziano soltanto chi i soldi già li ha (disponendo di garanzie reali uguali o superiori alla somma di prestito richiesta). La stragrande maggioranza degli strumenti derivati virtualmente costruiti per realizzare benefici assicurativi sono invece comprati e venduti a brevissimo termine per moventi speculativi con il risultato paradossale di mettere a rischio la sopravvivenza delle istituzioni che li hanno in portafoglio. I sistemi di incentivo asimmetrici di managers e traders (partecipazione ai profitti con bonus e stock options e non penalizzazione in caso di perdite) sono costruiti in modo tale da spingere gli stessi ad assumere rischi eccessivi che rendono strutturalmente fragili e a rischio di fallimento le organizzazioni in cui lavorano. Un ulteriore elemento di pericolosa instabilità è dato dall'orientamento di queste organizzazioni ad un unico obiettivo, quello della massimizzazione dei profitti, un obiettivo che sopra-ordina gerarchicamente il benessere degli azionisti a quello di tutti gli altri portatori d'interesse. Banche massimizzatrici di profitto in presenza di incentivi distorti troveranno sempre più redditizio incanalare le risorse verso l'attività di trading speculativo o verso quelle con margini di rendimento maggiori di quella creditizia.

Non solo, ma si è tollerato che si diffondesse, tra la gente comune, il convincimento in base al quale la liquidità dei mercati finanziari sarebbe stata un sostituto perfetto della fiducia, oltre che dell’onestà e dell’integrità morale. Al tempo stesso, poiché la valutazione di borsa è tutto quanto l’investitore è tenuto a considerare quando deve prendere le sue decisioni, si ha che la crescita del reddito può agevolmente essere basata sul debito. Si è così stravolto il modo di concepire il nesso tra reddito da lavoro e reddito da attività speculativa. Se la finanziarizzazione viene spinta in avanti a sufficienza – si è fatto credere – non v’è bisogno che le famiglie attingano, per le proprie necessità, ai risparmi. Dedicandosi alla speculazione, esse possono ottenere per altra via il necessario. Anzi, se e nella misura in cui riduzioni salariali migliorano la redditività delle imprese quotate in borsa, può accadere che le famiglie più che compensino la riduzione dei redditi da lavoro con aumenti dei redditi da attività speculativa. La finanziarizzazione va così trasformando il risparmiatore tradizionale in speculatore, accorto o meno che sia.

Mai come nel caso dell'evoluzione della finanza negli ultimi decenni è stato così chiaro che i mercati, soprattutto laddove i rendimenti di scala sono crescenti e le economie di rete rilevanti, non tendono affatto spontaneamente alla concorrenza ma all'oligopolio. Invero, il graduale allentamento di regole e forme di controllo (come quella della separazione tra banca d'affari e banca commerciale) hanno progressivamente condotto alla creazione di un oligopolio di intermediari bancari troppo grandi per fallire e troppo complessi per essere regolati. Il sonno dei regolatori ha dunque prodotto un serio problema di equilibrio di poteri per il mantenimento della stessa democrazia. Il rapporto 2014 di Corporate Europe evidenzia lo squilibrio dei rapporti di forza tra le lobby finanziarie e quelle della società civile e delle NGO: la finanza spende in attività di lobby 30 volte di più di qualunque altro gruppo di pressione industriale (secondo stime prudenziali 123 milioni di euro l'anno con circa 1700 lobbisti presso l'UE). I rapporti tra rappresentanza delle lobby finanziarie e rappresentanza delle NGOs o dei sindacati in gruppi di consultazione sono 95 a 0 nello stakeholder group della BCE e 62 a 0 nel De Larosière Group on financial supervision in the European Union.

Risparmio e Risorse: una gestione sostenibile imprescindibile

di Vincenzo Algeri, Responsabile Area UBI Comunità

Il valore del Risparmio nell’economia moderna non è mai stato così evidente come negli ultimi decenni: le crisi dei mercati finanziari e, in maniera più ampia, le crisi economiche che i Paesi industrializzati stanno affrontando, hanno fatto emergere l’importanza di una gestione responsabile delle risorse di ogni tipo.

In Italia, ad esempio, il Risparmio delle famiglie ha concorso in maniera determinante allo sviluppo economico del Paese dal dopoguerra fino ai nostri giorni. Questo, inoltre, ha permesso il progressivo accumulo di ricchezza consentendo al nostro Paese di superare i momenti di crisi con maggiore stabilità.

La gestione efficiente delle Risorse è un concetto trasversale che non deve riguardare il solo campo finanziario: le risorse del pianeta, per definizione limitate, devono essere utilizzate in modo più consapevole per favorire una crescita economica che sia sostenibile per l’ecosistema, per le imprese e per le famiglie. Ecco perché è fondamentale il ruolo attivo delle Banche che in partnership con le istituzioni contribuiscono a diffondere capillarmente questi valori nei territori grazie ad una presenza diffusa.

Confrontarsi sull’uso consapevole del denaro, sul valore del risparmio e su come contribuire ad uno sviluppo economico sostenibile è fondamentale per proseguire in un percorso virtuoso, in special modo se fatto attraverso il dialogo con i giovani, giovani che dimostrano molta sensibilità a questi temi e rappresentano il futuro.

La promozione di comportamenti responsabili e la valorizzazione di partnership multistakeholder possono dare un impulso fondamentale al circuito virtuoso di un'economia sostenibile, quindi allo sviluppo dei territori e al benessere sociale.

Nuove prospettive per l’educazione finanziaria

del Prof. Avv. Umberto Morera - Ordinario di Diritto Bancario, Università Tor Vergata di Roma

Sotto diversa ed ulteriore prospettiva critica, mi sembra mancare, negli attuali programmi di educazione finanziaria, un segmento dedicato all’educazione della possibile “reazione” contro il consulente o contro l’intermediario, in caso di perdite economiche; prima tra tutte: la reazione giudiziaria.

La fase del tentativo di recupero di ciò che si è perso all’esito di un investimento errato (fase invero che, nella pratica, è dato registrare sempre più frequentemente, anche per effetto del gran lavoro delle associazioni dei consumatori) non può considerarsi come momento a sé, avulso dall’investimento stesso.

In effetti, la fase del tentativo di recupero del capitale perduto (nelle varie forme consentite dal nostro Ordinamento, prime tra tutte quelle della restituzione e del risarcimento), in un corretto e coerente piano di educazione finanziaria, dovrà considerarsi momento “finale” dell’investimento, che non può assolutamente essere ignorato.

(Tratto da Nuove Prospettive di educazione finanziaria).

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L'unione fa la forza

del Prof. Umberto Filotto

L'educazione finanziaria è bella, l'educazione finanziaria è buona, l'educazione finanziaria fa bene: facciamo educazione finanziaria.

Tante banche, operatori finanziari, associazioni, amministrazioni locali hanno pensato così e per questo hanno lanciato iniziative finalizzate a migliorare il livello di conoscenze degli Italiani, grandi o in età scolare. Bene, si direbbe, tante più cose si fanno, tanto meglio sarà.

Purtroppo non è proprio così: spesso le diverse iniziative finiscono per sovrapporsi, sono scoordinate se non addirittura in contrasto le une con le altre. E' uno spreco delle, scarse, risorse che sono disponibili per elevare il livello di conoscenze finanziarie.

Non ha senso indirizzare ai medesimi destinatari interventi che finiscono per essere ripetitivi; allo stesso modo produrre ex novo materiali che altri hanno già sviluppato porta solo alla moltiplicazione dei costi. Per questo è necessario disegnare una mappa complessiva degli interventi di educazione finanziaria che permetta di identificare le aree già coperte e quelle che presentano ancora fabbisogni; analogamente occorre costruire una library che contenga materiali consolidati, appropriati dal punto di vista dei contenuti e dell'approccio pedagogico e di cui sia misurata l'efficacia a cui si possa attingere per la realizzazione delle diverse iniziative. Superando ogni protagonismo è sempre più importante impegnarsi a fare sistema e, rispetto al passato vi è oggi il vantaggio di poter contare su poli di aggregazione e coordinamento: lo sono, sul piano istituzionale, il Comitato Nazionale per l'Educazione Finanziaria e, su quello più professionale, la Feduf.

Andare in ordine sparso è uno spreco, lavorare insieme conviene.

La consapevolezza economica

La Professoressa Marchetti, Professore Ordinario di Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione, Coordinatore del Dottorato in Scienze della Persona e della Formazione, Facoltà di Scienze della Formazione; Direttore dell’Unità di Ricerca sulla Teoria della Mente, membro della Giunta di Dipartimento di Psicologia, UCSC, Milano; Vice-Presidente AIP (Associazione Italiana di Psicologia); Regional Coordinator for Italy e membro dell'Executive Committee di ISSBD (International Society for the Study of Behavioural Development); membro di ISSI- TRUST (International Society for the study of Interpersonal Trust); socio di EADP (European Association for Developmental Psychology); co-direttore della Collana “Psicologia dell’educazione” - Raffaello Cortina Editore; membro dell' Editorial Board dell' European Journal of Psychology of Education; membro dei Comitati Scientifici della rivista “Ricerche di Psicologia” e di collane editoriali (Carocci; Franco Angeli). Ha pubblicato numerosi contributi nazionali e internazionali sui temi del decision-making e dell'educazione finanziaria in prospettiva life-span

1. A quale età, se ce n'è una, si acquisisce la consapevolezza dell’uso responsabile del denaro?

L’acquisizione della consapevolezza di uso responsabile del denaro è un processo continuo, senza soluzione di continuità, che la letteratura non cristallizza in tappe. Vi sono adulti privi di tale consapevolezza (si pensi ai giocatori d’azzardo, vittime di una vera e propria dipendenza). Il concetto di responsabilità in generale, invece, è soggetto a sviluppo: da una idea oggettiva di responsabilità (basata sulla quantità del bene) si passa, in età di scuola elementare, a un concetto soggettivo di responsabilità (basato sulle intenzioni). Applicando ciò al denaro, è probabile pertanto che i bambini più piccoli pensino che è peggio perdere per caso 10 euro che buttarne intenzionalmente 5; e che i bambini più grandi pensino il contrario. A ciò si aggiunge il ruolo delle emozioni morali: la comprensione di colpa e vergogna a partire dalla scuola primaria può supportate questo genere di consapevolezza. Inoltre sempre a questa età il ruolo della emozione decisionale del “regret” (rammarico) esperito in conseguenza di o addirittura prefigurando scelte sbagliate può venire in ausilio di tale processo di responsabilizzazione.

2. Quanto conta, in questa direzione, l’influenza dei genitori sui figli?

L’influenza dei genitori nei confronti di una consapevolezza dell’uso responsabile del denaro risulta estremamente importante. Interessante è un lavoro di Adrian Furhnam che nel 2001, facendo compilare a circa 3000 genitori un questionario per indagare le loro attitudini nei confronti del tema della paghetta, ha individuato due prevalenti modalità genitoriali di educare al denaro: “regolatori” ed “educatori” . La prima categoria descrive i genitori come in grado di favorire il rispetto delle regole e delle leggi, ma non altrettanto capaci di considerare i figli come abili nel comprenderle, rischiando di sottovalutare le reali capacità del bambino. Tale tipologia di genitori è inoltre contraria alla pubblicità e all’esporre i figli alle nuove esperienze di scoperta e conoscenza del mondo economico, tratto che contraddistingue invece la categoria degli educatori, in grado di accompagnare i figli alla scoperta del mondo economico, lasciando loro la libertà di sperimentare e di sperimentarsi.
In un’altra ricerca del 2004 condotta da Elisabetta Ruspini (Università Bicocca) emergono differenze di genere rispetto al tema dell’educazione finanziaria nelle famiglie: le madri sembrano essere relegate al ruolo di amministratrici quotidiane delle risorse, mentre le figure maschili quali padri o nonni fungono da veicoli per la comprensione del mondo economico. Emerge tuttavia una diffusa tendenza all’esclusione effettiva di ragazzi e adolescenti nelle scelte quotidiane familiari che investono la sfera economica. Benché si cerchi di provvedere a un’educazione si tende a osservare una sorta di “indottrinamento passivo” che non vede il coinvolgimento diretto e concreto dei ragazzi nelle scelte quotidiane della famiglia.
Nel volume "Un decalogo per i genitori italiani" di Rosina, Ruspini, V&P, 2009 si pone l’accento sull’educazione alle differenti forme che il denaro può assumere, intendendo con educazione l’orientamento al risparmio e al consumo responsabile che può contribuire al processo di entrata nell'età adulta. Tale orientamento gioca un ruolo chiave nelle fasi di crescita, formazione dell’identità e accesso ai ruoli adulti, come strumento che consente la negoziazione dell'autonomia gestionale e dell'indipendenza rispetto alla famiglia di origine. Una maggiore o minore disponibilità di denaro e il rapporto con esso possono differenziare i percorsi di transizione verso l'età adulta. La propensione delle famiglie a coinvolgere i figli nelle decisioni economiche aumenta al crescere del titolo di studio dei genitori e delle loro capacità finanziarie. Maggiore è l'età dei figli, maggiore risulta, come prevedibile, la fiducia da parte dei genitori nei loro confronti, come maggiore è l’importo della paghetta e il coinvolgimento dei figli nella gestione del bilancio familiare.

3. In quale momento della crescita i bambini realizzano che il denaro, se ben gestito, è fonte di benessere?

Come nel caso della prima domanda (nesso tra denaro e responsabilità), la risposta va contestualizzata al concetto di benessere e all’educazione. Va cioè compreso quale idea di benessere la famiglia trasmette ai figli (fisico, puramente materiale, psicologico, relazionale..) e quali siano le rappresentazioni familiari circa il ruolo del denaro nel conseguire ciascuna delle citate forme di benessere. Per es., studiare contribuisce al benessere psico-sociale promuovendo al contempo cultura e reddito, almeno potenzialmente. L’esempio e le spiegazioni dei genitori possono, se opportunamente tarate sull’età dei figli, contribuire per tutto il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza a questo tipo di comprensione.

4. Paghetta. Ci sono differenze significative tra i bambini e adolescenti italiani e i loro pari europei?

A partire dal lavoro di Furnahm citato in precedenza e relativo ai giovani inglesi, dalle interviste dei genitori emerge che l’introduzione della paghetta avviene intorno ai 5-6 anni con un valore medio che aumenta con l’età dei ragazzi fino all’adolescenza, ma mantiene una disparità di genere a favore dei maschi durante l’adolescenza e fino all’ingresso nell’età adulta. Studi più recenti come PISA 2012 si sono concentrati sulle modalità con le quali i giovani e gli adolescenti riescono a ottenere il denaro. Dalla ricerca è emerso che circa il 65 % dei giovani maschi e il 63% delle femmine italiani lo ottengono tramite la pratica della paghetta, contro una percentuale europea non sostanzialmente differente, ma lievemente a vantaggio delle femmine.
Dallo studio PISA 2015 emerge invece come la percentuale dei giovani italiani che ottengono soldi tramite la paghetta è nettamente inferiore a paesi come l’Olanda o la Lituania. Lo studio che risponde in maniera più completa alla questione posta è quello condotto dall’ING International Survey nel 2014 che si è interrogata su una possibile correlazione tra la paghetta come opportunità di insegnamento di atteggiamenti di risparmio nel futuro nei giovani europei. Mediamente in Europa la paghetta si introduce al di sotto dei 5 anni con un valore pari a 2 euro, cresce attorno ai 4,75 euro nella fascia compresa tra i 5 e i 10 anni, arriva intorno ai 10 euro tra i 10 e i 15 anni per arrivare fino a 20 una volta superati i 15 anni. I genitori italiani sembrano essere i più generosi rispetto alle famiglie europee: al di sotto dei 5 anni iniziano già a donare intorno ai 5 euro per arrivare, superati i 15 anni, fino a 30 euro di paghetta. Al contrario i meno generosi risultano essere Romania e Olanda e Repubblica Ceca. Alcune specificità sono state riscontrate in paesi come l’Austria che superati i 15 anni , dà come paghetta circa a 35,25 euro.

5. Quale contributo possono dare gli insegnanti nel processo di crescita dei ragazzi rispetto al tema ‘denaro’?

Gli insegnanti possono proficuamente partire dalle nozioni che gli allievi possiedono circa il denaro e integrarle agganciandole alle varie discipline anziché considerarle come sé stanti. Nozioni aritmetiche, storiche, geografiche possono utilmente integrarsi per connettere il denaro alla più ampia cornice della educazione alla cittadinanza e alla legalità. Inoltre, riferendosi alle linee guida delle indicazioni nazionali per il curricolo della scuola primaria, si potrebbe valorizzare la tendenza crescente da parte delle dirigenze e degli insegnanti a promuovere costanti aggiornamenti e approfondimenti di quelli che in letteratura vengono definiti “compiti di realtà”, con la costituzione di situazioni-problema che a partire dalla quotidianità indirizzino gli studenti a un apprendimento effettivo e più concreto relativamente al mondo che li circonda. Poiché le situazioni – problema offrono agli studenti l’opportunità di riorganizzare i propri saperi, auto-attivandosi per reperire strategie nuove, sopperire alle mancanze e individuare strade differenti per arrivare alla risoluzione di una situazione problematica, il lavoro dell’insegnante potrebbe essere quello di veicolare una progressiva scoperta del mondo economico, accompagnando l’apprendimento dello studente attraverso la sua crescita e sopperendo anche alle eventuali criticità emergenti nel lavoro educativo all’interno della famiglia.

Saper “scegliere” in un mondo che cambia

di Paolo G. Grignaschi

Secondo gli esperti sono migliaia le decisioni che ogni giorno prendiamo. Quasi in ogni istante decidiamo dove rivolgere la nostra attenzione. Alcune decisioni son banali e vengono prese in assenza di consapevolezza. Altre, anche se affrontate con quasi la stessa disinvoltura, sono molto complesse e implicano valutazioni di lungo termine. Parte di queste scelte riguardano la nostra economia quotidiana e le finanze nostre e della nostra famiglia. Oggi, con una marcata differenza rispetto al periodo delle generazioni che ci hanno preceduto, la responsabilità di gran parte delle decisioni economiche e finanziarie ricade sul singolo individuo. Affrontare una complessività crescente con decisioni che avranno effetti rilevanti sul nostro futuro, significa “scegliere” in un mondo che cambia.

Decidere se mangiare in casa o andare al ristorante. Se comprare un vestito nuovo o soprassedere. Se fare un bonifico al nostro conto di deposito o rimanere totalmente liquidi. Se aprire un fondo pensione o meno. Sono decisioni che nel continuo prendiamo divenendo inconsapevolmente ingranaggi di un complesso sistema economico. La financial literacy – intesa come skill e non come mera conoscenza di concetti – rappresenta la capacità di districarsi in questo mare di scelte in modo da garantire un livello sufficiente di benessere finanziario per noi e indirettamente per la società in cui viviamo.

Sostenere la financial literacy significa anche fare rete sostenendo le attività della Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio come “casa comune” dell’impegno dei privati in Italia sul tema generale dell’educazione finanziaria.

Lo stesso impegno che come Orizzonti.tv – la prima web tv italiana dedicata all’educazione finanziaria – ci poniamo nello sviluppo delle sue attività, con una forte attenzione alla socialità e alla solidarietà, concetti propri della mission della Cooperazione, da cui quest’iniziativa è promossa e sostenuta.

Questo impegno riceve oggi grande impulso dal neo costituito “Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria”, il quale crea per la prima volta un canovaccio comune all’interno del quale inserire il contributo di tutti a beneficio di tutti. Per mettere veramente tutti in condizione di saper “scegliere” in un mondo che cambia.

Come cambia il mondo

di Giuseppe Ghisolfi

Vent'anni fa quando, Presidente della Cassa di Risparmio di Fossano, comunicai ai miei collaboratori l'intenzione di diffondere nelle scuole l'educazione finanziaria, vidi nei loro sguardi stupore e perplessità.
Nessuno aveva il coraggio di dirmelo chiaro ma del mio progetto non si comprendeva la necessità.
"Come cambia il mondo”, mi verrebbe da dire.

Oggi non si contano gli incontri e le iniziative sul tema. Dalla Banca d'Italia alla Consob, dall'A.b.i. alla Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio, c'è un impegno corale di qualità.
Anche l'opinione pubblica ha cambiato parere grazie ad alcuni giornalisti che spesso trattano con competenza l'argomento.

In particolare gli articoli di Angelo De Mattia, editorialista autorevole, hanno contribuito in modo determinante a far crescere nei lettori e nei legislatori la convinzione che oggi, senza educazione finanziaria non si va da nessuna parte.

Voglio chiudere con un pensiero rivolto ai ragazzi con il quale termino spesso i miei interventi nelle scuole.
Ricordatevi: "anche se non vi occupate di economia, l'economia si occuperà di voi”.

L'inclusione sociale e l'eguaglianza di genere passa dall'educazione finanziaria

La prerogativa è colmare il gender gap migliorando il rapporto tra donne e finanza

di Claudia Segre, Presidente Global Thinking Foundation

Com’è noto, l'Italia è finalmente entrata nel novero dei 65 Paesi che si sono dotati di una strategia nazionale per la diffusione dell'educazione finanziaria.
Diverse le indagini che recentemente hanno fotografato – un po’ impietosamente - la realtà del differenziale sull'educazione finanziaria e sull'alfabetizzazione finanziaria tra l'Italia e gli altri Paesi, un divario culturale che mette in luce carenze sia da parte dei cosiddetti Millenials, sia da parte degli adulti, con un grado di attenzione particolare alle donne.

Nel corso dell’ultimo meeting annuale del Fondo Monetario Internazionale a Washington qualche giorno fa, le delegazioni degli oltre 190 Paesi partecipanti - che supportano gli obiettivi dell'Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile – hanno condiviso le proprie esperienze rispetto agli sforzi per l’inclusione sociale.
Sono 17 gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile inclusi in un più grande programma d’azione, per un totale di 169 traguardi prefissati.
Tra questi, il quinto obiettivo è “raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze”. Non vi può essere innovazione e crescita in un Paese senza affrontare le differenze di genere. Da questo nasce l’impegno verso le nuove generazioni, soprattutto rispetto alle cosiddette “materie STEM” (Science, Technology, Engineering and Mathematics).

Il FMI ha fotografato un campione di 28 Paesi, che rappresentano il 60% della popolazione mondiale, per misurare il cosiddetto "financial access gender gap": nonostante le donne rappresentino oltre il 50% della popolazione valutata, solo il 35-40% ha mediamente accesso ai servizi bancari e finanziari, dal conto corrente al mutuo.

Sono diversi gli aspetti nei quali la relazione tra le donne e la finanza si sviluppa e così l’emancipazione femminile, prima, e l’ingresso nel mondo del lavoro, poi, hanno offerto alla donna la possibilità di uscire da certi stereotipi, che erano però il fondamento di una gestione del budget famigliare oculata ed efficiente. In Italia, infatti, sino al deflagrare della seconda guerra mondiale la donna era il centro dell’economia familiare, con un equilibrio esemplare tra governance e senso etico, con annotazioni puntuali di entrate e uscite sui “libri di casa”, sulle agende, sulle buste, sempre attente a far quadrare i conti.
In seguito è arrivato il momento di mettersi in gioco per sostenere lo sviluppo del Paese dopo il conflitto: con l’accesso al voto, alle università e al mondo del lavoro, le donne hanno cambiato il volto del Belpaese.
Ma è uno scenario quello attuale fatto ancora di luci e ombre. Ci sono molti settori in cui la presenza femminile e l’affrancamento salariale hanno ridotto notevolmente il differenziale di genere, ma persistono aree di attività in cui fortissimi divari resistono, come ad esempio la finanza: basti pensare che fino all’epoca della crisi globale gli stipendi così come i bonus e i premi “di produzione” in Italia sono sempre stati destinati ai manager di alto livello, che al 95% erano uomini.
Poi ci sono le donne che subiscono isolamento economico e quindi violenza economica. Un fenomeno che rientra a pieno titolo nella violenza domestica, ma decisamente più subdolo e difficile da far emergere se non quando è troppo tardi. L’occultamento dei mezzi finanziari passa da una normalità quasi ordinaria ove, come frutto di una cultura patriarcale, è l’uomo a gestire i conti correnti con firma congiunta. Da qui si passa nei casi estremi a livelli di violenza economica limitante, per cui le donne hanno accesso solo a piccole somme per gestirsi, e poi controllante o addirittura delinquenziale quando si arriva a far firmare documenti come prestanome, assegni scoperti o peggio nel caso di imprese familiari.
Per questo oggi è prioritario un impegno collettivo volto a ridurre gli squilibri nelle conoscenze finanziarie tra uomini e donne. Un passo fondamentale per migliorare la qualità della vita per le donne in tutto il mondo e per sostenere la crescita economica globale.

L'importanza dell'alfabetizzazione economica

di Miro Fiordi

La sfida dell’alfabetizzazione, che ha caratterizzato gli insegnamenti della scuola nel secolo scorso, non ha affatto perso la sua attualità : se insegnare l’italiano e la matematica erano la priorità negli anni del boom economico (a metà Novecento circa il 60% della popolazione era priva di ogni titolo scolastico e perfino la lingua nazionale era privilegio di una minoranza), oggi i nostri ragazzi devono affrontare nuovi contesti e imparare nuovi linguaggi. In un mondo dove parole come tasso, mutuo, rata e prestito sono di uso comune, diventa fondamentale familiarizzare con questi concetti e questo lessico il prima possibile e quindi a partire dai banchi di scuola. L’educazione finanziaria e la sua diffusione sono oggi così importanti ed attuali tanto da rappresentare uno dei tre pilastri, insieme a lingue straniere e programmazione informatica, del quarto punto del documento programmatico relativo alla scuola del Governo Renzi, dove si parla espressamente di “prossima alfabetizzazione”, dal titolo “Ripensare ciò che si impara a scuola”.

E di alfabetizzazione è proprio il caso di parlare per i quindicenni italiani che, secondo gli ultimi dati Pisa sulle conoscenze e competenze finanziarie, non raggiungono la media riscontrata nei pari età dei tredici paesi Ocse sui quali è stata effettuata l'indagine. Gli studenti italiani scarsi in materia sono 6,4 punti percentuali in più rispetto alla media (il 21,7% contro 15,3%). Per contro abbiamo 7,6 punti percentuali in meno rispetto alla media di ragazzi altamente preparati (il 2,1% contro 9,7%). A ciò si aggiunge che nella teoria economica siamo preparatissimi, mentre nella pratica facciamo difetto: ad esempio il 63% degli italiani conosce come funziona l’inflazione ma solo il 3,3% calcola in modo corretto gli interessi su base annua.

Di fronte a questi dati appare palese come l'educazione finanziaria sia uno dei grandi temi con i quali tutti i Paesi, tra i quali l’Italia, oggi si confrontino ma è soprattutto evidente come l’alfabetizzazione economica sia una delle leve strategiche su cui puntare per lo sviluppo della nostra economia e dell'intera società.

Investire sulla cultura significa infatti investire sul futuro e, proprio per questa ragione, l’industria bancaria italiana promuove da circa un decennio l’educazione finanziaria all’interno delle scuole, tenendo ben presente che l’istruzione e la formazione, specie per i giovani, non si devono limitare a impartire conoscenze, ma devono sviluppare competenze e trasmettere i valori fondamentali necessari per una buona convivenza nella propria comunità. Questo perché i bambini e i giovani sono gli attori economici del prossimo futuro e le loro decisioni finanziarie determineranno il futuro della stessa economia. Preparare i giovani al contesto economico e sociale e dare loro gli strumenti di competenza finanziaria significa, in ultima analisi, contribuire a dare un impatto notevole sulla vita stessa delle persone.

In questi anni le banche italiane hanno svolto quindi la funzione di mediatore culturale, facilitando la collaborazione tra scuola e mondo privato, proponendo delle attività didattiche per sensibilizzare i giovani su alcuni valori fondanti del benessere di una comunità come l’uso consapevole del denaro e la legalità.

Il lavoro che è stato fatto è molto e parecchio ne rimane ancora da fare, anche se l’Italia può contare su una moltitudine di validissimi attori attivi nella diffusione dell’educazione economica, impegnati a mettere a disposizione dei cittadini ed in particolare delle nuove generazioni, informazioni e strumenti utili per poter gestire in modo consapevole e trasparente le problematiche legate all’uso del denaro. Ma la vera sfida odierna è quella di mettere in comune le iniziative e le esperienze maturate, con l’obiettivo di portare la diffusione della “cittadinanza economica” e della cultura al risparmio a livello di progetto Paese.

Con questo intento l’industria bancaria italiana ha creato la Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio che vuole essere un polo unito di partecipanti impegnati nella diffusione dell’educazione finanziaria e della cittadinanza economica.
Ogni ente, ogni impresa, ogni istituzione potrà affrontare il tema dell’educazione finanziaria condividendo idee, disegnando strategie comuni e realizzando congiuntamente progetti e strumenti didattici, in modo che la competenza economico finanziaria sia parte fondante del bagaglio culturale delle prossime generazioni e abbia solidità e continuità nel tempo.

I giovani e il ruolo della scuola

di Giovanna Boggio Robutti

Contrariamente agli adulti che non dispongono di un luogo fisico comune di aggregazione, la scuola si presta ad essere un ottimo “bacino di diffusione” per i più giovani. Ed anche in questo caso l’azione delle Istituzioni, sia il Governo sia il MIUR, ha confermato un’attenzione particolare al tema, a partire dalla nascita del liceo economico-sociale nel 2010 che ha riempito un vuoto nella scuola italiana.
Fino a sei anni fa la scuola italiana era l’unica a non avere un indirizzo liceale centrato sulle discipline giuridiche, economiche e sociali, presente invece nei sistemi scolastici europei e capace di rispondere all’interesse per il mondo di oggi, per la comprensione dei complessi fenomeni che lo caratterizzano.
Va poi sicuramente ricordata la firma della “Carta d'intenti sulla legalità economica” siglata dal Ministero e da altri 14 soggetti pubblici e privati (Ministero dell'Economia, Banca d’Italia, Guardia di Finanza, Associazione Bancaria Italiana, Fondazione per l’educazione finanziaria e al risparmio, Agenzia delle Entrate, Corte dei Conti, Unioncamere ed altri) che sottolinea come l’educazione finanziaria possa costituire un elemento di sviluppo e crescita sociale, soprattutto nell’ottica più completa nella costruzione del percorso di educazione alla cittadinanza consapevole.

È di recente emanazione (13 luglio 2015) la Legge 107 (La Buona Scuola) che pone l’accento, tra le altre cose, sull’introduzione di una conoscenza economica di base tra le competenze indispensabili di cittadinanza consapevole e sull’alternanza scuola-lavoro. Quest’ultima è stata introdotta sin dal lontano 2003 con la legge delega n. 53 e disciplinata successivamente dal D.lgs 77 del 2005 come metodologia didattica per la realizzazione dei corsi del secondo ciclo con l’obiettivo di assicurare ai giovani, tra i 15 e i 18 anni, oltre alle conoscenze di base, l’acquisizione di competenze spendibili nel mercato del lavoro attraverso il raccordo della scuola con il tessuto socio-produttivo del territorio, l’apprendimento in contesti diversi quale metodologia didattica innovativa che risponde ai bisogni individuali di formazione e valorizza la componente formativa dell’esperienza operativa e lo scambio tra le singole scuole e tra scuola e impresa.

Fino a qui abbiamo considerato il futuro, ossia le nuove generazioni, ma gli adulti?
La cultura finanziaria non significa solo conoscere le modalità per investire i propri risparmi o effettuare calcoli finanziari, ma riguarda tutta una serie di decisioni e azioni che intraprendiamo dai tempi della scuola al momento della pensione e si lega strettamente al concetto di “inclusione finanziaria” e, quindi, a quello di inclusione sociale in senso lato e a quello di cittadinanza. Questo è un punto fondamentale e non ovvio: la cultura finanziaria non è un qualcosa di utile soprattutto per chi ha soldi da investire, ma è uno strumento importante soprattutto per chi è più disagiato e spesso incapace di qualunque forma di programmazione finanziaria. Il processo di educazione finanziaria degli individui quindi dovrebbe cominciare sui banchi di scuola e continuare tutta la vita, fino al momento della pensione. Questo perché la vita di un individuo è caratterizzata da fasi di guadagno e di spesa molto diverse e dal susseguirsi di decisioni finanziarie di cruciale importanza per garantirci una serena vecchiaia, specie in un contesto dove l’incertezza per la pensione pubblica è crescente.
L’importanza di questi aspetti è nota, ma nella quotidianità di una persona adulta la risorsa “tempo” è inestimabile, limitata e soprattutto da allocare secondo priorità che variano da individuo a individuo. Gli adulti sono un pubblico frammentato, eterogeno, non localizzato. Hanno poco tempo ed urgenze che portano ad effettuare scelte economiche in modo sbrigativo o poco approfondito, non investono minuti preziosi in ricerche e comparazioni e scelgono quindi prodotti e servizi in modo spesso inconsapevole. Se a ciò aggiungiamo il fatto che economia e finanza siano percepite come materie tecniche e un po’ noiose ecco che il problema di raggiungere la popolazione attualmente adulta diventa un problema. Più volte la Fondazione ha cercato di proporre, insieme alle Associazioni dei Consumatori e alle pubbliche amministrazioni locali, incontri di approfondimento, dibattiti con esponenti delle banche e dei consumatori, arrivando a realizzare uno spettacolo teatrale di informazione per trasferire messaggi tramite una modalità diversa. In effetti l’economia parla una lingua straniera: l’inglese. Per rispondere a questa esigenza dal 2014 l’Associazione Bancaria Italiana ha creato la Fondazione dedicata all’educazione finanziaria e l’acronimo che la contraddistingue, FEDUF, è interpretabile sia in Italiano sia in inglese (Financial Education Foundation), nata con l’obiettivo principale di promuovere la riflessione sulle materie legate alle scelte finanziarie.

Un campus per colmare il gap

di Andrea Beltratti e Giovanna Paladino

Dare la possibilità ai ragazzi di riflettere sulla relazione tra mondo del lavoro e formazione è non solo importante ma una vera e propria emergenza. In Italia, secondo i dati Ocse, il tasso di abbandono scolastico nella scuola superiore (17 per cento) è secondo solo a quello della Spagna, gli adulti laureati sono meno del 20% della popolazione e le competenze per trovare un lavoro dei nostri ragazzi risultano nettamente inadeguate rispetto a quelle dei ragazzi residenti in economie più dinamiche.

Ambizioni

Il progetto «I fuoriclasse della scuola» è ambizioso perché si propone di ottenere risultati in campi tradizionalmente collocati al di fuori della formazione proposta dalla scuola secondaria in Italia, vale a dire il contatto tra scuola e lavoro e l'educazione finanziaria. In questo progetto, il contributo del Museo del Risparmio sarà quello di offrire ai ragazzi un approfondimento delle tematiche relative all'imprenditorialità e di esporli a concetti di educazione finanziaria utili a trovare il proprio posto nel mondo. Capacità di pianificazione, competenze relazionali, attitudine a valutare in modo consapevole i rischi sono solo alcuni degli argomenti toccati dal campus residenziale di 3 giorni a Torino.
Affrontare con i ragazzi il tema dell'imprenditorialità è importante. Non è un caso che l'Italia mostri carenze nel processo di creazione di nuove aziende in settori innovativi. Siamo stati campioni mondiali nella costituzione di aziende in settori tradizionali e nella creazione di molte piccole iniziative di consumo al dettaglio. Ma in generale non siamo stati in grado di raccogliere la sfida lanciata dalla tecnologia, sia dal punto di vista dell'implementazione delle conoscenze scientifiche per creare nuovi prodotti e servizi, sia dal punto di vista della sfida connessa al trattamento di un largo numero di informazioni per creare aziende nei settori a maggiore potenzialità di crescita.

Evidenze

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Le iniziative imprenditoriali che si trasformano in grandi eccellenze sono troppo poche e molti servizi e prodotti, ormai essenziali per le nostre economie, sono inventati e prodotti all'estero. Non può quindi sorprendere se i nostri talenti migliori cercano altrove le opportunità (e non la fortuna) che qui non trovano. Anzi, può sorprendere che il dato non sia più elevato.

Patrimonio

Le bellezze naturali, il capitale sociale e una certa pigrizia di fondo, sostenuta dall'uso di risorse finanziarie accumulate nel passato dalle famiglie, sono stati i fattori in grado di contenere il flusso delle partenze.
Tuttavia, se la sostenibilità del debito pubblico fosse misurata dal rapporto tra debito e giovani residenti in grado di creare nuove idee sul territorio, il quadro per l'Italia sarebbe molto più allarmante di quello descritto dal rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo. Per cambiare la prospettiva è, allora, importante mobilitarsi per dare ai giovani la possibilità di capire cosa vuol dire investire nel proprio capitale umano per essere adeguati al mondo del lavoro e diventare imprenditori, prima di tutto, di sé stessi.

Opportunità

Vogliamo fare riflettere i nostri «fuoriclasse» sul valore dell'impegno e dell'istruzione, che non consiste nel ripetere a memoria pagine di definizioni ma nell'acquisire le competenze che servono a migliorare il mondo, per sé e per gli altri. Il progetto cerca di rispondere a questa esigenza, mettendo assieme le forze del settore pubblico e del settore privato. Il settore pubblico amplia la sua gamma di intervento con uno strumento nuovo e complementare rispetto ad altri esistenti. I privati con interessi filantropici avranno un modo di donare direttamente ai giovani. Il settore privato in generale potrà beneficiare della relazione che stabilirà con coloro che con ogni probabilità saranno i leader di domani. E' importante che questi talenti possano fare esperienza all'estero ma che non siano costretti a rimanerci. L'Italia deve divenire un posto attraente per il capitale umano migliore e questo può succedere solo se - oltre a cibo, vino e arte - torniamo a premiare il merito.

Tratto da "CorrierEconomia", 6 giugno 2016, pag.33

Bene semplificare, ma senza educazione serve a poco

di Andrea Beltratti

E' in fase di consultazione il documento delle autorità di regolamentazione europee sul Priip Kid (il «key information document per i packaged retail investment insurance-based investment product»). La nuova regolamentazione, che in teoria dovrebbe essere effettiva dall'inizio del prossimo anno ma i cui lavori paiono essere in ritardo, ha il pregio principale di riguardare in maniera trasversale molti dei prodotti finanziari acquistati dagli investitori, siano essi di natura finanziaria o assicurativa. In questo modo si favorisce il campo di gioco livellato e, aumentando la trasparenza, si consente in teoria agli acquirenti di poter effettuare confronti tra i costi, il rischio e il rendimento atteso da ogni prodotto.

Ci sono molti elementi ancora controversi, tra cui l'aggregazione di indicatori di rischio di mercato e di credito, la scala numerica usata per misurare il rischio, il ruolo delle garanzie e così via, ma occorre riconoscere la spinta a presentare informazioni in maniera facilmente leggibile per gli investitori. La proposta comprende sia un indicatore sintetico di rischio, che potrebbe essere basato su una misura di volatilità storica, sia scenari di performance. Gli scenari di performance possono essere molto utili, in particolare se ad essi sono associate delle probabilità.

Dibattito

In Italia si è parlato poco di questa importante evoluzione normativa, e ci si è concentrati sul tema degli scenari, in particolare per quanto riguarda le probabilità da usare. Molti commentatori hanno discusso in merito alla opportunità di utilizzare probabilità «oggettive» o probabilità «neutrali al rischio». Alcuni sostengono che solo con queste ultime è possibile davvero rendere gli investitori consapevoli delle possibilità di perdita di singoli prodotti.

Le probabilità «neutrali al rischio» sono utilizzate dagli operatori per calcolare il prezzo dei prodotti derivati. Dal momento che il loro prezzo è legato a quello dei sottostanti mediante relazioni di arbitraggio, si possono, nel contesto della determinazione del prezzo, usare le probabilità neutrali perché l'avversione al rischio degli investitori è irrilevante. Ma nessun operatore utilizza le probabilità neutrali ai rischio per calcolare il prezzo equo ad esempio di un'azione. Infatti, una delle implicazioni dell'utilizzo di questa metodologia è che il rendimento atteso da tutti i titoli rischiosi deve essere pari al tasso senza rischio. Nelle condizioni di mercato attuali il tasso senza rischio è debolmente positivo per scadenze molto lunghe e negativo per quelle brevi o medie. Quindi, occorrerebbe fare calcoli finanziari ipotizzando che i titoli paghino un rendimento negativo nel breve periodo e debolmente positivo nel lungo, naturalmente accompagnati da una dose sostanziale di rischio. In tale impostazione qualsiasi rendimento positivo diventerebbe un elemento sorprendente, da gustare ex post, ma non da mettere ex ante nel preventivo.

Questa impostazione non è coerente con l'esistenza di un premio al rischio, che si è manifestato in tutte le classi di attività finanziarie con un rendimento medio generalmente crescente appunto per diversi gradi di rischio. Non è quindi corretto trasmettere informazioni che ignorano l'evidenza storica per enfatizzare l'elemento legato alla possibilità di perdita. Tale metodologia suggerirebbe di non acquistare titoli rischiosi e le aziende e i governi stessi non si potrebbero finanziare. Una società non può crescere, e non si può sviluppare, quando nessuno è disponibile ad assumere il rischio necessario all'attività economica ed imprenditoriale.

Il tema quindi non è quello di presentare i prodotti finanziari o i titoli in modo che nessuno li compri, ma di presentarli in modo che li acquisti solo chi è adatto a farlo, e nel contesto di una diversificazione di portafoglio. E' benvenuto qualsiasi strumento che possa consentire una migliore comprensione del rischio, in particolare del rischio di perdita, da parte degli investitori, compresi scenari che utilizzino (ed esplicitino) probabilità che siano coerenti con i dati di lungo periodo.

Cultura

Naturalmente l'aspetto connesso ad indicatori rigorosi e coerenti della quantità di rischio, anche se non esplicitamente trattato nell'analisi dei Pripp, è quello dell'educazione finanziaria degli investitori. La presenza di prospetti semplificati e scenari di performance, magari contenenti indicazione di probabilità, non servirà a molto se non avrà luogo simultaneamente un aumento della cultura finanziaria. Interpretare una probabilità non è facile, così come non sono di immediata comprensione i concetti di volatilità e di rischio. Gli sforzi per avere prospetti più semplici ed efficaci avranno poche conseguenze pratiche se gli investitori continueranno a non diversificare in maniera appropriata il loro portafoglio. Scegliere di detenere solo due o tre titoli non è mai una buona idea. Ci sono molte possibilità di acquistare prodotti altamente diversificati, con vari stili di gestione ad essi associati, dai fondi attivi ai fondi passivi agli Etf. Per essere un investitore prudente, capire che un portafoglio diversificato può offrire meno opportunità di guadagno ma è più stabile di un portafoglio di pochi titoli, è ancora più importante di comprendere quali sono gli scenari di performance di un singolo titolo.

Tratto da "CorrierEconomia", 29 febbraio 2016, pag.40