Chi Siamo

Programmi
Programmi Didattici Base
Programmi Didattici Tematici
FORMAZIONE SCUOLA-LAVORO

Strumenti
Rubriche
Cecilia Forastieri (Classe ’99) - Nata e cresciuta tra gli alveari della periferia, porta nei suoi monologhi di standup comedy uno sguardo lucido e curioso sul mondo che la circonda.Attraverso l’ironia esplora il desiderio di conoscenza e la convinzione che, anche nei contesti più complessi, esista sempre una via d’uscita illuminata e la sua è stata il lavoro in banca.
1. Nei tuoi monologhi affronti spesso il tema della diversità attraverso la lente dell’ironia. Come riesci a bilanciare comicità e sensibilizzazione quando parli di inclusione di genere?
In realtà non parto mai con l’idea di “sensibilizzare”, Io parto da me, dal casino, dai difetti, da quella sensazione di sentirsi sempre un po’ fuori posto. E lì, puntualmente, scopro che non sono sola.
Bilanciare ironia e sensibilità è come camminare su un filo: se pesi troppo da una parte, cadi nel moralismo; dall’altra, nella cattiveria.
Io cerco il punto esatto in cui puoi ridere e sentirti capita nello stesso momento.
L’ironia non serve a sminuire i temi, serve a renderli umani.
E quando qualcosa diventa umano, smette di fare paura.
2. Nei tuoi spettacoli dai voce a chi si sente escluso. Secondo te, quali sono i principali ostacoli culturali che impediscono una reale inclusione di genere in Italia?
In Italia una donna deve ancora guadagnarsi il diritto di essere presa sul serio.
Devi essere brava, ma anche simpatica, umile e possibilmente con un bel mascara.
L’inclusione non è farci spazio, è smettere di chiederci di entrare in punta di piedi.
Se una donna è ambiziosa, ha la sindrome dell’uomo, se è tranquilla, non ha carattere.
L’ostacolo culturale vero è che cresciamo con l’idea che la normalità abbia una forma maschile, e tutto il resto sia “una variante”.
Io sul palco provo a ribaltarla con l’ironia, perché quando riesci a far ridere su una cosa ingiusta, hai già iniziato a cambiarla.
3. Durante il roadshow “Voglio una Borsa Rosa” promosso da Banca Sella hai usato la comicità per affrontare stereotipi di genere. Qual è lo stereotipo più difficile da scardinare con l’umorismo? E quale invece il più efficace da ribaltare?
Lo stereotipo più difficile da scardinare è quello della donna “che non capisce di soldi”.
Appena parli di finanza, c’è sempre qualcuno pronto a spiegarti come funziona, anche se tu magari ci lavori dentro.
È uno stereotipo sottile, perché non ti dicono che non sei capace: ti fanno sentire come se dovessi sempre “imparare qualcosa”.
Quello più facile da ribaltare, invece, è l’idea della donna fragile.
Perché basta guardare come le donne gestiscono lavoro, relazioni, ansie, affitti e bollette per capire che la fragilità è solo marketing.
L’umorismo serve proprio a questo: a far capire che ridiamo delle etichette perché ormai ci vanno strette.
4. Se potessi parlare direttamente a una ragazza che non si sente adeguata nella gestione della sua vita economica, cosa le diresti dal palco, usando il tuo stile comico ma anche empatico?
Le direi che non è sbagliata solo perché non sa da dove cominciare.
Nessuno ce lo ha spiegato davvero, ci hanno solo detto di “stare attente”.
Ma la libertà economica non nasce dalla paura di spendere, nasce dal coraggio di scegliere.
Non devi capirci di finanza per valere qualcosa: i tuoi soldi non definiscono chi sei, ma come ti tratti.
E se ti senti inadeguata, ricordati che ogni donna che oggi sa gestire se stessa ha iniziato sentendosi esattamente come te….solo che ha smesso di chiedere scusa.

