Signora Economia

Giovanna Badalassi - Gender Budgeting Expert – Cofondatrice di Ladynomics
Laureata in Economia, dopo una prima esperienza come revisore contabile lavora dal 1998 come ricercatrice indipendente. Ha collaborato con enti pubblici, istituti di ricerca, università, associazioni datoriali e ONG ed è autrice di oltre quaranta bilanci di genere realizzati per Regioni, Province, Comuni e Camere di Commercio.
Ha pubblicato studi e ricerche su welfare territoriale, violenza contro le donne, maltrattamento all’infanzia e condizione femminile. Attualmente è impegnata, a livello europeo, in un progetto della Commissione Europea di supporto tecnico al Bilancio di Genere nazionale del Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano, dopo aver lavorato anche con i governi greco e portoghese. Dal 2022 al 2025 è stata formatrice sul gender budgeting per i dipendenti della Commissione Europea.
Insieme a Federica Gentile ha fondato il blog Ladynomics e ha pubblicato il libro Signora Economia. Guida femminista al capitale delle donne (Le Plurali).
 

1. Nel suo libro Lei sottolinea come l’economia sia stata storicamente declinata al maschile, relegando le donne a un ruolo di ’comprimarie’ o di gestrici del solo bilancio domestico. In che modo un’educazione finanziaria consapevole può trasformarsi da semplice nozionismo tecnico a un vero e proprio atto di autodeterminazione per le donne?

Nel libro, scritto insieme a Federica Gentile, proponiamo una lettura dell’economia più equilibrata, che riconosca il valore della cura, del benessere e della riproduzione sociale, dimensioni fondamentali ma spesso considerate marginali.

Le donne si occupano di soldi da sempre: gestiscono consumi, salute, istruzione e gran parte delle decisioni economiche familiari. Si stima che orientino circa l’80% dei consumi, ma senza una piena consapevolezza del proprio potere economico.

Il problema è che queste competenze raramente vengono riconosciute come vera educazione finanziaria. Molte donne amministrano benissimo il bilancio familiare, ma si sentono meno sicure su investimenti, risparmi o strumenti bancari. Superare questa barriera significa rompere uno stereotipo culturale ancora molto radicato.

Per questo l’educazione finanziaria non è solo tecnica, ma un percorso di autodeterminazione: aiuta le donne a costruire autonomia, libertà e indipendenza economica, fondamentali anche per proteggersi da situazioni di vulnerabilità personale o relazionale.

2. Le statistiche mostrano spesso che, a parità di conoscenze, le donne tendono a sottostimare le proprie competenze finanziarie rispetto agli uomini. Quanto influisce lo stigma sociale che vede le donne ’poco portate per i numeri’ e come può la ’Signora Economia’ aiutare le lettrici a superare questo blocco psicologico che spesso frena gli investimenti e la pianificazione a lungo termine?

L’idea che le donne siano “meno portate per i numeri” è uno stereotipo culturale, non biologico, come hanno dimostrato numerose ricerche. Il problema nasce quindi da un’educazione familiare, sociale e scolastica che, fin dall’infanzia, spinge spesso le bambine verso competenze relazionali e i bambini verso quelle considerate più razionali e scientifiche. Questo condizionamento produce un effetto molto concreto: molte donne, anche quando hanno competenze finanziarie adeguate, tendono a sottovalutarsi e a sentirsi meno legittimate nel prendere decisioni economiche o investire sul lungo periodo.

Con “Signora Economia” abbiamo cercato proprio di scardinare questo blocco psicologico, mostrando le molte competenze numeriche che le donne utilizzano già ogni giorno: nella gestione della spesa, del bilancio familiare, della salute o dell’organizzazione della vita quotidiana. Il punto è riconoscere il valore di queste capacità e convincersi di poterle trasferirle anche nell’ambito finanziario e patrimoniale.

Naturalmente serve anche un cambiamento culturale più ampio. Il linguaggio dell’economia e della finanza è stato costruito storicamente in ambienti prevalentemente maschili e spesso continua a essere poco accessibile o poco inclusivo. Per questo anche la scuola e la formazione hanno un ruolo fondamentale nel rendere il linguaggio dei numeri più vicino e meno intimidatorio per le ragazze e per le donne.

3. Spesso tendiamo a separare l’economia domestica dai grandi temi finanziari. Lei suggerisce invece che le due cose siano molto legate: in che modo prendere coscienza di quanto vale il nostro impegno ’non pagato’ in famiglia può cambiare il nostro approccio al denaro e alla gestione dei risparmi?

Il lavoro familiare e di cura non retribuito è stato a lungo considerato invisibile, confinato nella sfera privata e privo di valore economico. In realtà rappresenta uno dei pilastri fondamentali del sistema economico, perché è dentro le famiglie che si svolgono tutte quelle attività di cura che permettono alle persone di studiare, lavorare, guadagnare, produrre, consumare e, quindi, vivere nel mondo esterno.

Prendere coscienza del valore economico di questo lavoro è importante non solo per riconoscerne la dignità, ma anche per aiutare le donne a comprendere quanto il loro impegno produca ricchezza e quanto possa costare, in termini di reddito e opportunità professionali, rinunciare a una propria autonomia economica.

Diversi studi che presentiamo nel libro hanno mostrato che il lavoro femminile retribuito genera benefici economici molto ampi: aumenta redditi, consumi, contributi e occupazione. Quando una parte del lavoro di cura viene esternalizzata — attraverso servizi come assistenza domiciliare, baby-sitting o servizi alimentari — si crea infatti nuova economia e nuova occupazione.

Per questo l’economia domestica e i grandi temi finanziari sono molto più collegati di quanto pensiamo. Riconoscere il valore del lavoro non pagato cambia anche il rapporto con il denaro: aiuta a considerare il proprio tempo, le proprie competenze e la propria indipendenza economica come risorse che hanno un valore reale, sia personale che collettivo.

4. La violenza economica è spesso la forma più invisibile di abuso, basata sul controllo delle risorse e sulla mancanza di autonomia della partner. In che modo una guida femminista al capitale può fornire gli strumenti pratici per prevenire queste dinamiche e quali sono i ’segnali d’allarme’ che ogni donna dovrebbe imparare a riconoscere per tutelare la propria libertà?

Nel libro affrontiamo la violenza economica come una forma di deterioramento delle relazioni che passa attraverso il controllo delle risorse finanziarie e la limitazione dell’autonomia personale. È un abuso spesso difficile da riconoscere, ma che negli ultimi anni ha finalmente iniziato a ricevere maggiore attenzione pubblica e mediatica.

Una guida femminista al capitale delle donne può essere utile proprio perché le aiuta a sviluppare consapevolezza economica, autonomia finanziaria e capacità di riconoscere dinamiche di controllo che troppo spesso vengono normalizzate all’interno delle relazioni.

La letteratura sul tema ha individuato alcuni segnali d’allarme molto chiari: quando il partner induce una donna a lasciare il lavoro, ostacola la sua indipendenza economica, controlla ogni spesa, limita l’accesso al denaro, impone debiti o prestiti, oppure concentra beni e proprietà solo a proprio nome. Anche il mancato pagamento dell’assegno di mantenimento dopo una separazione può rappresentare una forma di violenza economica.

Per questo l’educazione finanziaria non riguarda solo la gestione del denaro, ma anche la tutela della propria libertà, dignità e sicurezza personale.