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FORMAZIONE SCUOLA-LAVORO

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Furio Camillo è professore di Statistica Economica all’Università di Bologna e responsabile scientifico del Webboh-LAB, osservatorio sui comportamenti e sull’immaginario delle nuove generazioni. Si occupa di analisi dei dati, ricerche psicografiche e studi sul rapporto tra giovani, economia e trasformazioni sociali.L’intervista trae origine dai risultati della ricerca “Lavoro, Denaro & Libertà”, realizzata per Fondo Filantropico Bruno Frizzera e FEduF nell’ambito del Progetto "6 di Più".
Una ricerca su oltre 3.500 ragazze e giovani donne italiane tra i 13 e i 30anni esplora il loro rapporto con lavoro, denaro, autonomia e futuro. Lo studio mostra una generazione che cerca soprattutto realizzazione personale nel lavoro, ma che attribuisce anche grande importanza al guadagno e alla sicurezza economica. Pur dichiarandosi generalmente fiduciose rispetto al proprio futuro professionale, molte riconoscono che il genere continua a influenzare le opportunità di carriera. L’indagine evidenzia inoltre un forte ruolo della famiglia nell’educazione finanziaria e una crescente attenzione all’indipendenza economica. Attraverso un’analisi psicografica emergono quattro profili distinti, che raccontano modi diversi di vivere il rapporto tra identità, lavoro, denaro e autodeterminazione femminile.
1. La Work Reality Exposure Curve mostra un punto di flessione a 21-22 anni. Come evitare che le aspettative si trasformino in frustrazione?
Il problema non è che le ragazze hanno aspettative troppo alte. Il problema è che spesso incontrano un mercato del lavoro che ha aspettative molto basse nei loro confronti. Fino ai 20 anni prevalgono immaginario e progettualità; poi arrivano stage, selezioni, salari e precarietà. Per evitare la disillusione serve ridurre la distanza tra scuola, università e lavoro reale. Oggi chiediamo ai giovani di progettare il futuro senza mostrare loro abbastanza il presente.
2. Il cluster "Heart & Values" è il più numeroso. Quali interventi ritiene prioritari?
Il dato più interessante è che molte ragazze non rifiutano il denaro: lo collegano alla libertà. Vogliono autonomia, ma spesso non dispongono degli strumenti per costruirla. Per questo l’educazione finanziaria dovrebbe diventare una “competenza di cittadinanza”, non una materia specialistica. In Italia parliamo molto di empowerment femminile, ma molto meno di stipendi, risparmio, negoziazione e indipendenza economica. Ed è proprio lì che si gioca la libertà concreta. Non so se si tratta di un disegno politico intenzionale, né voglio affrontare qui il tema. Credo però che il risultato finale sia molto simile. Da anni la scuola dedica sempre meno spazio alla comprensione delle istituzioni, del lavoro, dell’economia e dei meccanismi che regolano la vita adulta. I giovani conoscono perfettamente le logiche del consumo e delle piattaforme digitali, ma spesso sanno poco di contratti, previdenza, diritti, doveri e funzionamento dello Stato. Una democrazia ha bisogno di cittadini competenti, non soltanto di consumatori efficienti.
3. Le disuguaglianze di genere vengono sperimentate concretamente entrando nel mondo del lavoro? E cosa emerge dal confronto con i maschi?
I dati suggeriscono proprio questo. Tra le più giovani prevale l’idea che le cose stiano migliorando; tra le 25-30enni cresce invece la percezione degli ostacoli. È come se la parità fosse molto visibile nei discorsi pubblici ma meno nelle esperienze quotidiane. Il confronto con i ragazzi è interessante: gli uomini tendono più spesso a considerare il problema superato, mentre le donne lo percepiscono ancora come una realtà concreta. Non perché siano più pessimiste, ma perché la incontrano più da vicino.
4. Come dovranno cambiare aziende e istituzioni per risultare attrattive?
Molte organizzazioni continuano a cercare lavoratori disponibili a mettere il lavoro al centro della propria vita. Le giovani donne che abbiamo intervistato chiedono esattamente il contrario: un lavoro che permetta di costruire una vita. Le aziende più attrattive saranno quelle capaci di offrire senso, crescita, equilibrio e fiducia. Il rischio, altrimenti, è continuare a selezionare persone per adattarle a modelli organizzativi pensati cinquant’anni fa, spesso da uomini per altri uomini. Oggi poi assistiamo a un paradosso: si cercano giovani, ma spesso li si vorrebbe già adulti, esperti e completamente formati. È una richiesta irrealistica. Un profilo junior dovrebbe essere valutato soprattutto per la capacità di apprendere e crescere, non per l’esperienza accumulata. Altrimenti il rischio è lamentarsi della mancanza di talenti dopo aver smesso di investire nella loro costruzione.
Una frase finale: "Le ragazze italiane non chiedono privilegi. Chiedono qualcosa di molto più radicale: che l’autonomia promessa dalla società diventi finalmente praticabile nella vita reale."

